Museo Civico "Carlo Verri" Biassono
Giuseppe Paleari
Dieario di Guerra
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Giuseppe Paleari – Diario di Guerra
(25 gennaio 1942 – 16 novembre 1946)

Giuseppe Paleari
Guseppe Paleari
Sono partito dalla Cà Nova di Biassono il 25-1-1942, giorno di festa, per il distretto militare di Monza. Là mi hanno destinato al reggimento dandomi il seguente indirizzo:

              Artigliere Paleari Giuseppe
              27° Reggimento
              8° Batteria distruzione
              Baggio Milano, 2° gruppo

Rimasi 3 mesi in caserma, poi partimmo per effettuale il campo a Canzo, vicino a Erba. Finite le esercitazioni ritornammo in caserma in attesa di partire per il fronte greco.
Partimmo da Milano il 18 Agosto, e arrivammo all’isola di Samos il primo Settembre.
Passammo per Padova, Mestre, Lubiana, Zagabria, Belgrado, per la Macedonia, la Bulgaria e la Grecia, fino a raggiungere il porto del Pireo ad Atene.
Qui ci imbarcammo verso le isole di Rodi, Lero, Sira, Kos e Samos, dove rimanemmo per tredici mesi.
Appena arrivato a Samos mi ammalai di malaria interzena benigna doppia primitiva, con febbre alta fino a 41,4 gradi. Poi con sei pastrani e quattro coperte per scaldarmi, chinino, interchina e iniezioni di calcio fui curato e guarito.
In seguito fummo fatti prigionieri dai tedeschi, e rimanemmo a Samos per altri quattro mesi. Poi fummo imbarcati su una nave che ci riportò di nuovo al porto del Pireo ad Atene, e rinchiusi in un campo di concentramento. Ad Atene rimanemmo per due mesi, fino a quando ci comunicarono che la nostra destinazione era il campo di Mathausen in Germania.
Fortuna volle che il convoglio non proseguì oltre la città di Iagodina, in Serbia. Lì cominciò la vera e propria prigionia, sempre sotto i tedeschi. Il lavoro che dovevamo fare era di costruire una ferrovia nuova, lunga 10 Km, da Iagodina a Iova. Finito il lavoro per la ferrovia ci portarono sul monte Iastrebaz a segare la legna. Una squadra di quattro prigionieri doveva abbattere le piante e fare cataste alte quattro metri ogni giorno.
Terminato anche questo lavoro, i tedeschi ci trasferirono in un paese che si chiamava Sello Stalaz. Anche lì si lavorava a costruire la ferrovia.
Io mi trovavo scalzo e nudo, e così decisi di tentare la fuga.
Scappai dal campo di concentramento e arrivai ad un paese che si chiamava Màgere. Lì incontrai una banda di partigiani Cetnici che mi portarono a Selo Màgere. Qui trovai una famiglia che mi tenne per nove mesi a lavorare il terreno. Si chiamavano Miloica, Tino Miloicovic (che era comandante dei partigiani), Tomania, Vera, Boso, Miza e Dana.
Nel frattempo i tedeschi erano stati cacciati dai partigiani di Tito, ma arrivarono i Russi.
Un russo mi chiese di procurare vino e rachia (grappa) e così andammo in paese a riempire a riempire le borracce e i secchi per le famiglie. Nel ritorno a casa però il russo tentò di spararmi, io mi sono difeso gettandolo per terra, poi scappai a casa da Tino Miloicovich. Più di una volta i russi hanno tentato di spararmi ma ho sempre trovato una via di fuga.
I partigiani ci dicevano che i russi ci avrebbero portato a casa, ma in realtà la destinazione era un altro campo di concentramento.
Cascina Ca Nova
Cascina Ca Nova in una foto degli anni '60
Allora io e Angelo (un comasco), tentammo la fuga. Raggiungemmo la stazione, e salimmo sulla tradotta che andava da Belgrado a Sofia in Bulgaria. Il bigliettaio però ci trovò nascosti in un gabinetto e chiamò prima un borghese, poi la gendarmeria.
Erano in tre, armati di mitra, pistola e bombe a mano. Mi diedero tre sigarette e tre caramelle. Angelo mi disse: “Caro Paleari, ormai siamo in mano ai partigiani”, Loro ci interrogarono per sapere dove volevamo andare. Noi rispondemmo che volevamo andare in Bulgaria. Loro ci dissero che non si poteva, e dopo averci dato da mangiare bene, ci fecero scendere dalla tradotta alla prima stazione.
Lì incontrammo un partigiano che ci condusse di notte al comando, dove ci fecero dormire su una branda. Quel partigiano mi parlò bene degli italiani.
In quei giorni c’era la mobilitazione dei partigiani dai sedici ai trenta anni e alcuni mi diedero degli schiaffi perché dicevano che eravamo fascisti. Finito il pestaggio arrivarono due ufficiali partigiani. Io feci loro un saluto alla “partigiansca”, e chiesi loro se potevamo uscire a comperare qualche cosa.
Questi acconsentirono, e così ci trovammo in una zona per noi sconosciuta. Alcuni borghesi ci dissero di fare attenzione perché quella zona era sotto il controllo russo, e gli italiani venivano fatti prigionieri.
Allora ritornammo indietro e ci rifugiammo in una capanna. Lì incontrammo una signora che ci domandò se eravamo italiani. Quella signora aveva il marito che svolgeva il servizio militare in Bosnia, e ci riaccompagnò al comando.
Lì rimasi 2 mesi, poi scappai e giunsi a Selo Catun, dove trovai ospitalità in una famiglia in cui c’era una signora a cui i tedeschi avevano ucciso il marito. Rimasi quattro mesi a lavorare il terreno e a portare al pascolo pecore e maiali per tutto il giorno. Qui imparai la canzone del “Cuccumene”.
Scoperto dai partigiani, fui poi trasferito a Selo Bresniza. Durante il trasferimento, ogni volta che si entrava in un paese, i partigiani chiedevano dove si trovava il cimitero. Sapevano infatti che era usanza portare il cibo ai morti. Noi andavamo un po’ bene per quello. A Selo Bresniza lavoravo nella fabbrica del pepe. Tutti i borghesi avevano la maschera per proteggersi dal pepe e noi italiani no. Allora sono scappato per destinazione ignota. Trovai una strada sbarrata sorvegliata da guardie. Mi chiesero se ero serbo e io risposi di sì e che ero diretto a Selo Màgere. Così arrivai ancora a casa di Tino Miloicovich, ma fui respinto perché era proibito ospitare gli italiani. Mi portarono quindi sul monte Iastrebaz di nuovo a tagliare la legna. Questa volta però con me erano prigionieri anche i tedeschi.
Era iniziata la loro prigionia, mentre la nostra era quasi sul finire.
Sui giornali si leggeva che De Gasperi sarebbe venuto a Belgrado per trattare con Tito la liberazione degli Italiani. Tutto però andò male.
Dopo De Gasperi venne Togliatti. Tito e Togliatti andavano d’accordo perché avevano fatto insieme la guerra in Spagna.
I giornali infine scrissero che entro dieci giorni i prigionieri italiani sarebbero stati tutti rimpatriati.
Una mattina quindi arrivò un interprete, che mi disse di avvisare tutti gli italiani che si tornava a casa. Piangevamo tutti dalla contentezza.
Quando lasciammo Iastrebaz, i prigionieri tedeschi piangevano come bambini.
Partimmo dalla stazione di Ribaschebagna. Sui vagoni del treno erano appese le fotografie di Tito e Stalin, con la Stella Rossa. Quando arrivammo a Belgrado, vedemmo Tito al balcone che ci salutava con tanta gioia. Arrivammo a Spalato dove rimanemmo in piedi un giorno e una notte, in attesa di firmare il passaporto.
Ci imbarcammo sulla nave a Spalato, e sbarcammo ad Ancona. Ero talmente contento di essere in Italia che ho lasciato sulla nave il mio pastrano. Ad Ancona mi diedero 500 lire e un espresso da mandare a casa.
Col treno andammo a Bologna e a Pescantina a fare il campo. Li sono stato sottoposto a visita medica.
Poi andammo a Verona e a Milano.
A Milano presi il tram e arrivai a Monza.
Quindi a Biassono, di nuovo alla mia Cà Nova.
La mia vita militare finì il giorno 26-11-1946.

Scritto il 24-2-1996
Rivisto il 20-12-2011

Giuseppe Paleari

La campagna militare italiana in Grecia durante la seconda guerra mondiale
Campagna di Grecia
Campagna di Grecia

La discesa in campo dell’Italia in Grecia durante il secondo conflitto mondiale è direttamente collegata alla conquista da parte dell’esercito italiano dell’Albania. Se in territorio albanese le truppe italiane non incontrarono grande resistenza, lo stesso non accadde in Grecia.

Negli anni Trenta il Paese era governato da un regime di stampo nazionalista, molto simile a quello italiano, con a capo Ioannis Metaxas. I rapporti tra i due Stati rimasero piuttosto distesi, fino all’invasione dell’Albania, avvenuta nel 1939, quando l’atmosfera cominciò a farsi tesa. Mussolini sapeva bene come il controllo della Grecia avrebbe rafforzato la presenza italiana nel Mediterraneo, a discapito dell’alleato tedesco che stava assumendo un peso sempre maggiore all’interno del Patto d’Acciaio.

Dopo l’entrata delle truppe tedesche in Romania, il 26 ottobre 1940, Mussolini decise di inviare al primo ministro greco un ultimatum: si chiedeva di consentire l’occupazione della penisola al fine di garantirne la neutralità. Metaxas si oppose e il 28 ottobre 1940 le truppe italiane, già stanziate in territorio albanese, partirono alla conquista della penisola greca.

Il conflitto italo-greco può essere suddiviso in tre fasi:
  • l’iniziale offensiva italiana avvenuta a partire dal 28 ottobre del 1940 e conclusasi il 13 novembre dello stesso anno. Nonostante l’esercito greco non fosse adeguatamente equipaggiato per affrontare una guerra moderna, le truppe italiane incontrarono non poche difficoltà ad occupare la penisola e l’avanzata fu lenta, nonché aggravata dal cattivo tempo.
  • La controffensiva dell’esercito greco che iniziò il 14 novembre del 1940 e si protrattase fino all’8 marzo dell’anno successivo, caratterizzata da una lunga fase di stallo.
  • Il definitivo contrattacco italiano partito il 9 marzo del 1941 con la speranza di ottenere qualche successo prima dell’ormai imminente discesa dell’esercito tedesco nella penisola greca, avvenuta il 18 aprile.
Il 23 dello stesso mese l’Italia ottenne la modifica dei patti che la Grecia aveva preso con la Germania, con i quali si assicurò il controllo della quasi totalità della Grecia continenale, oltre che della parte orientale di Creta, delle isole ionie Corfù, Zante e Cefalonia, delle Cicladi e delle Sporadi meridionali Samo, Furni e Icaria. Alla Germania restò la Macedonia centrale e orientale, con il porto di Salonicco, la capitale Atene, le isole dell’Egeo settentrionale e la parte occidentale di Creta.


Italiani ad Atene
Italiani ad Atene
L’occupazione italiana delle Grecia

L’occupazione italiana della Grecia resta ad oggi un argomento sostanzialmente inesplorato, se non addirittura dimenticato nel panorama storiografico della seconda guerra mondiale. La produzione memorialistica è assai limitata e di conseguenza la produzione storiografica rara e poco esaustiva.

Sappiamo che il 23 aprile del 1941 i primi a occupare fisicamente il territorio greco furono i militari tedeschi. La presenza italiana è testimoniata solo a partire dalla fine del mese di maggio.

I tedeschi si fecero promotori di un governo greco collaborazionista, nonostante gli italiani preferissero una soluzione ben più radicale, con l’assunzione totale dei poteri da parte dei militari. La gestione del territorio rimase nelle mani del comandante delle forze armate italiane in Grecia. A quest’ultimo venne chiesto di occuparsi dello sfruttamento delle risorse, un compito particolarmente difficoltoso, dal momento che il territorio greco si trovava in condizioni pessime: le risorse alimentari erano scarsissime, il suolo povero e il tessuto industriale pressoché inesistente. Furono quindi gli italiani a garantire il sostentamento alla Grecia e non viceversa. A questa drammatica situazione si aggiunsero le continue rivolte della popolazione greca, la quale, a partire dal 1942, diede vita a una vera e propria Resistenza.


Armistizio
Walter Bedell Smith appone la sua firma al documento dell'Armistizio.
In piedi, da sinistra, il commodoro britannico Royer Dick, il maggior generale americano Lowell Rocks, il capitano inglese de Hann, il generale Giuseppe Castellano (in borghese), il generale inglese Kenneth Strong (dietro Castellano) ed il console Franco Montanari, funzionario del Ministero degli Esteri.
L’armistizio di Cassibile e la fine dell’alleanza italiana con la Germania di Hitler

La situazione instauratasi in Grecia cambiò radicalmente con la firma dell’armistizio segreto siglato tra l’Italia e le forze anglo-americane presso la cittadina di Cassibile il 3 settembre del 1943. Più che di armistizio, si trattò di una resa senza condizioni con la quale lo Stato italiano cessò le ostilità contro la coalizione fino a quel momento nemica.

L’annuncio del cambio di schieramento colse del tutto impreparate le forze armate italiane stanziate nei territori di conflitto. Ai soldati non venne data alcuna indicazione su come comportarsi. Una situazione analoga avvenne in madrepatria: mentre la famiglia reale, parte del governo e molti generali lasciavano la capitale per il Meridione, l’esercito italiano venne sbaragliato dalle forze armate tedesche. La maggior parte dei soldati italiani furono fatti prigionieri e trasferiti nei campi di concentramento. Ci fu chi riuscì a fare ritorno a casa e chi invece continuò a combattere nelle file della Resistenza. La medesima situazione si verificò nei fronti esteri, tra cui quello greco appunto.


Il viaggio di Giuseppe Paleari

Il viaggio di Giuseppe Paleari cominciò da Biassono1 il 25 gennaio del 1942, quando la Grecia già si trovava sotto il controllo della stato italiano. Il nostro compaesano non partecipò quindi all’offensiva dell’esercito in territorio greco, ma vi giunse per partecipare alle fase dell’occupazione.
Egli lasciò Biassono e si diresse dapprima a Milano, dove aveva sede il reggimento al quale era stato affidato. Lì rimase tre mesi. Prima di partire da Milano il 18 agosto 1942 alla volta della Grecia, Paleari effettuò il suo addestramento a Canzo, vicino Erba. Nel diario il reduce elenca alcune delle tappe del suo itinerario verso la Grecia, probabilmente le città nelle quali il reggimento si fermò: Padova e Mestre in Veneto e poi Lubiana, Zagabria e Belgrado, rispettivamente capitali della Slovenia, della Croazia e della Serbia, i principali Paesi della zona balcanica attraversati per raggiungere la Grecia dalla terraferma. Non sono elencate le città della Macedonia e della Bulgaria, ma sappiamo che Paleari passò anche da questi due Paesi, poiché essi sono citati nel suo diario al pari delle capitali precedenti. Giunto in Grecia con il suo reggimento, il biassonese raggiunse bene presto Atene e più precisamente il porto del Pireo dal quale si imbarcò alla volta delle isole di Rodi, Lero, Sira, Kos e Samos. La successione secondo la quale Paleari nomina le isole da lui visitate come soldato potrebbe non corrispondere all’itinerario da lui percorso che risulterebbe più credibile in questo modo: prima Sira, isola greca appartenente all’arcipelago delle Cicladi e quindi più prossima al porto del Pireo, poi Rodi, Kos e Lero, tutte facenti parte dell’arcipelago del Dodecaneso e infine Samo, situata nell’Egeo settentrionale orientale e raggiunta dal Paleari e compagni il 1 settembre del 1942.
Monte Kerkis
Il monte Kerkis nell'isola di Samo
Samo è un’isola ricca di storia e cultura, estremamente fertile, che si estende per 477 kmq ed è caratterizzata da dolci pendii collinari in prossimità del mare e da zone montuose e incontaminate al suo interno. Mentre nelle altre isole le truppe si fermarono per pochi giorni, il soggiorno a Samo fu decisamente più lungo: qui il reggimento si stanziò per ben diciassette mesi, tredici dei quali in fase di occupazione ufficiale da parte del governo italiano, mentre i restanti quattro in stato di prigionia, sotto il comando dell’esercito tedesco e più precisamente dall’8 settembre del 1943, giorno della proclamazione dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati. Giuseppe Paleari partecipò quindi in prima persona alla fase di stordimento, angoscia e disperazione che caratterizzò il passaggio dell’Italia dal fronte nazifascista a quello angloamericano.
Dopo i quattro mesi di prigionia trascorsi sull’isola di Samo, Paleari e compagni vennero imbarcati alla volta di Atene. Sbarcati al porto del Pireo, sostarono per due mesi in un campo di concentramento, fino a quando vennero a conoscenza della loro vera destinazione : il campo di Mathausen in Germania.
Fortunatamente però il viaggio di Paleari alla volta della Germania si interruppe prima che egli potesse giungere alla meta. Il treno che doveva portare il biassonese a Mathausen, si fermò a Iagodina2, o meglio Jagodina, nella Serbia centrale. Questa cittadina è situata sulle rive del fiume Belica e deve il suo nome alla parola serba utilizzata per indicare la fragola. Qui i soldati italiani vennero impiegati nella costruzione dei dieci kilometri di tratto ferroviario che doveva collegare Jagodina a Iova3. Finito questo incarico, i prigionieri vennero portati a tagliare la legna sul monte Jastrebaz, o meglio Jastrebac, alto 1492 metri e situato nella parte meridionale orientale della Serbia, al confine con la Bulgaria. Il monte si trova a una distanza di circa 95 kilometri da Jagodina. Terminato anche questo lavoro, Paleari e compagni intrapresero i lavori di costruzione di un altro tratto ferroviario, questa volta a Sello Stalaz, o forse Stalac, nella Serbia occidentale, sulla via di ritorno tra il monte Jastrebac e Jagodina, a una cinquantina di kilometri di distanza da entrambi. Il paese sorge sulle rive della Morava meridionale, il corso d’acqua che incontrandosi con la Morava occidentale dà luogo alla Grande Morava. Quest’ultimo è il più importante fiume della Serbia, da non confodere assolutamente con l’altro e più noto Morava che scorre nell’Europa centrale.

Partigiani cetnici
Partigiani cetnici
Fu proprio a Stalac che Paleari, nudo e scalzo, tentò la fuga: egli giunse dapprima a Màgere4, dove entrò in contatto con un gruppo di partigiani cetnici. Cetnico in serbo significa guerrigliero. Il termine indicava i gruppi di partigiani nati in origine per difendere i Balcani dai Turchi. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale con questo termine si indicarono i partigiani che, pur essendo a favore della liberazione della Serbia da parte del nemico tedesco, si mostravano al tempo stesso anticomunisti, poiché profondamente legati ai valori della destra conservatrice, tra i quali la famiglia e la proprietà privata in primis. Essi non erano quindi antifascisti come quelli guidati da Tito. Per questo motivo i partigiani cetnici incontrati da Paleari lo aiutarono, affidandolo alle cure di una famiglia di contadini che lo ospitò per ben nove mesi. In cambio dell’ospitalità, il biassonese lavorò con loro la terra.

Nel frattempo i tedeschi abbandonarono la Serbia, che passò nelle mani di Tito, uomo politico e capo militare, dal 1939 segretario generale del Partito Comunista Iugoslavo. Al posto dei tedeschi giunsero quindi i Russi. Nonostante il cambio di schieramento dell’Italia, l’atteggiamento dei soldati di Stalin nei confronti degli italiani non cambiò di una virgola: i militari italiani continuarono a essere considerati fascisti e quindi pericolosi nemici da abbattere. Lo stesso Paleari scrive di aver più volte rischiato la vita per mano dei soldati russi e di non essersi mai fidato dei partigiani di Tito che lo invitavano a confidare nell’aiuto dei russi per fare rientro a casa. In realtà come i soldati tedeschi, anche i russi non desideravano altro che condurre gli italiani nei campi di concentramento del loro Paese. Per i giovani che avevano militato nell’esercito italiano il cambio di alleanza non portò quindi pace e serenità, ma soltanto paura e sofferenza. Per loro la guerra non era finita, bensì era improvvisamente mutato il nemico da cui scappare, o meglio il nemico non era più uno soltanto, ma era raddoppiato: gli alleati tedeschi si erano trasformati in antagonisti e i nuovi compagni male accettavano il cambio di schieramento. L’angoscia era continua. La speranza di tornare a casa sempre più debole. Come Paleari, moltissimi altri giovani italiani si sentivano persi, senza punti di riferimento, perennemente angosciati e sull’orlo della disperazione, con la paura di finire in una trappola, di essere fatti prigionieri o ancora peggio uccisi. Solo la lontana speranza di rivedere la propria famiglia, faceva loro trovare il coraggio di andare avanti, di non arrendersi.

È armato di speranza e coraggio che Paleari, insieme a un compagno comasco di nome Angelo, decise di abbandonare la famiglia che lo ospitava e di salire sulla tradotta che da Begrado, capitale della Serbia, si dirigeva verso Sofia, in Bulgaria. Tuttavia il viaggio terminò quasi subito, poiché i due vennero trovati nascosti in bagno e costretti a scendere alla prima stazione. Non sappiamo il nome del paese in cui il biassonese e il suo compare si fermarono e vennero condotti al comando delle forze armate. Sappiamo tuttavia che l’atteggiamento di chi incontrarono sul loro cammino fu duplice: mentre un primo partigiano spese belle parole a favore degli italiani, in caserma i due furono picchiati da parte di alcune neoreclute poiché considerati fascisti. Il Paleari che aveva appreso qualche saluto partigiano, decise allora di utilizzarlo per aggraziarsi due ufficiali che permisero ai ragazzi di uscire a fare delle compere. Nel corso dell’ennesimo tentativo di fuga però i due italiani vennero intercettati dalla moglie di un soldato serbo che li ricondusse in caserma. Dopo due mesi il biassonese fuggì di nuovo e questa volta giunse a Selo Catun, o meglio Katun. Questo paese si trova sempre in Serbia, quasi al confine con la Bulgaria, a circa 65 kilometri di distanza dal monte Jastrebac dove Paleari era stato condotto per tagliare la legna, quando era prigioniero dei tedeschi. A Katun egli ricevette ospitalità per quattro mesi presso casa di una vedova, il cui marito era stato ucciso dai tedeschi. Ancora una volta Paleari si rese disponibile a coltivare la terra, occupandosi inoltre degli animali, in particolare di pecore e maiali. In questo periodo il biassonese rammenta di aver imparato una canzone, probabilmente uno dei pochi ricordi spensierati di quei mesi passati a nascondersi, tentando di fare ritorno a casa.

Josip Broz Tito
Josip Broz Tito
Scoperto ancora una volta dai partigiani, Paleari venne trasferito a Selo Bresniza5 o Bresnica e fatto lavorare in una fabbrica di pepe, fianco a fianco con alcuni uomini del posto che tuttavia a differenza sua erano equipaggiati di apposita mascherina. Ancora una volta egli scappò, questa volta riuscendo addirittura a superare un posto di blocco, fingendosi serbo. Raggiunto Sello Màgere, Paleari tentò di rifugiarsi nuovamente presso casa di Tito Miloicovich, il contadino che l’aveva già ospitato in passato, ma questa volta non ebbe fortuna. Dare ospitalità agli italiani era proibito e il biassonese venne catturato dai partigiani che lo portarono nuovamente sul monte Jastrebac a fare la legna. Questa volta però al suo fianco lavoravano i tedeschi, che da carnefici dei prigionieri italiani erano diventati vittime della violenza sovietica, a prova dei paradossi a cui porta la guerra.

Nel frattempo giunse voce che il rilascio dei soldati italiani nei Balcani era prossimo. Tuttavia il primo tentativo di accordo con Tito intrapreso da De Gasperi andò male. Meglio andò invece a Togliatti. Di lì a poco Paleari e compagni ricevettero la visita di un interprete che annunciò loro il rilascio di tutti i prigionieri italiani, i quali partirono tra le lacrime dei tedeschi.

Ecco le ultime tappe del viaggio di Paleari verso casa: dal monte Jastrebac, egli venne condotto con i compagni alla stazione di Ribaschebagna6. A Belgrado i soldati italiani videro Tito al balcone del suo palazzo che li salutò. Condotti a Spalato, prima di imbarcarsi, passarono un intero giorno e un intera notte in piedi, in attesa del passaporto, ottenuto il quale, ebbero il permesso di salire a bordo della nave che condurrà loro finalmente in Italia e più esattamente ad Ancona. La gioia di essere finalmente libero e giunto in patria sano e salvo, a un passo da casa travolse il nostro soldato, tanto da fargli dimenticare il cappotto a bordo della nave. Da Ancona, in treno, il Paleari giunse a Bologna. Lasciata Bologna, arrivò al campo militare di Pescantina, in provincia di Verona, dove venne sottoposto ad alcune visite mediche. Da Verona finalmente il giovane militare approdò a Milano. Qui prese il tram che all’epoca collegava il capologuogo lombardo a Monza. A quel punto da Monza fece finalmente ritorno a Biassono e più precisamente nella zona in cui era nato, quella di Cà Nova. Era il 26 novembre del 1946.
  1. In nero sono state evidenziate le località menzionate da Paleari ed effettivamente ritrovate negli attuali atlanti geografici.
  2. In rosso sono state evidenziate le località menzionate da Paleari che non sono state ritrovate negli attuali atlanti geografici. Alcune di esse sono state trovate con una dicitura leggermente diversa.
  3. Iova oggi è un paese della Russia. Non abbiamo la certezza che Paleari si riferisse proprio a questo luogo.
  1. Di questo paese non è stata trovata nessuna corrispondenza negli attuali atlanti geografici.
  2. Bresniza è in Bulgaria, mentre Bresnica in Serbia.
  3. Di questo paese non è stata trovata nessuna corrispondenza negli attuali atlanti geografici.
Cartina
Il viaggio di Giuseppe Paleari verso Samos
Cartina
L'avventurioso rotorno

Su sito della Proloco di Carmignano (PO) potete leggere la storia di un altro reduce della seconda guerra mondiale, impegnato nell’occupazione della Grecia.

Vera Galliani

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