Museo Civico "Carlo verri" Biassono
Archeologia A.5
Un'ara laboriosa da Biassono

Fig.1 L'ara biassonese
N° Inventario : A. 1996.31.1
Dimensioni : h max 81 cm; l max 39 cm; p max 29 cm.
Materiale : granito tipo "Montorfano".
Tecnica : scolpita.
Stato di conservazione : mancante di un lato del pulvino, con ampie scheggiature agli spigoli, superficie dovunque corrosa. Restauro conservativo.
Provenienza : ex Cascina Giussani in Biassono (MI), Da demolizione dei muri.
Proprietà : Stato ST 126452 da dono Arch. Paolo Giovenzana.
Nel 1996 giunse al Museo Civico di Biassono (Milano) un blocco di pietra lavorato con tracce evidenti ma incerte di iscrizione incisa.
La lettura, prima intralciata da molte concrezioni sovrapposte, organiche e cementizie, venne poi messa a punto1 solamente dopo che 1’oggetto fosse stato ripulito ed esposto (1997).
La pietra del manufatto è una formazione granitoide a prevalente trama biancastra tendente all’ocra, approssimatamente del tipo “Montorfano”. Rispetto ad altre pietre più comunemente usate nella produzione epigrafica della nostra area mediolombarda – come i ghiandoni del tipo “Val Masino”, od i graniti del tipo “S. Fedelino”, od anche quelli del Verbano2 – questa sembra avere un’origine naturale geograficamente più prossima al luogo di rinvenimento attuale. Per produzioni modeste di questo tipo area di estrazione e luogo di lavorazione e di uso finale erano solitamente vicini: il che non vale naturalmente per l’area di Biassono, lontana da ogni cava. Perciò, secondo le tradizioni locali, anche questo blocco è probabilmente ricavato da uno dei tanti massi erratici glaciali che costellano – o costellavano, più numerosi un tempo – 1’alta pianura Lombarda, trascinati a valle da varie provenienze alpine, in tempi e lungo scorrimenti indeterminabili: una pietra naturale trovata nei pressi ed ivi lavorata faticosamente con modeste capacità ed attrezzature tecniche.
Per farne che e per quale scopo? Da parte di chi? E quando? Domande legittime: doverose, anzi, ed interessanti se alla fine ne uscirà memoria di un Biassonese d’altri tempi, forse del primo che abbia lasciato menzione di sé non proprio anonima.
L’oggetto ha un profilo inconfondibile, se lo rapportiamo all’ambito spaziale e temporale e culturale di quella che per ora basti definire per “età romana”. Si tratta di un’ara3, un altare sacrificale, con marcate protuberanze superiori a grandi corni, raccordate con i pulvini laterali che racchiudevano il foculum.
Per quanto si riconosce nelle pur degradate condizioni d’oggi, coronamento e piede (di notevoli proporzioni il primo rispetto all’intero) ebbero una certa sporgenza: la testa voluminosamente raccordata al corpo da un toro espanso e da un largo listello piatto, il piede, più smilzo, connesso invece con una semplice strombatura, segnata da solcature lineari, in buona parte evanide.
Le tracce di questi elementi del profilo corrono, per quanto consunte, lungo almeno tre lati: ne emerge perciò la struttura più consueta, di una delle are “a rocchetto” frequenti nella media ed alta Lombardia d’oggi, a tronco smilzo ed a robuste terminazioni superiore ed inferiore. Su cui si applicò nel tempo una duplice pesante opera di degrado generale: per frattura violenta su piani naturalmente diagonali, con l’asporto di larghi scheggioni dagli spigoli e dalle protuberanze specialmente superiori della faccia anteriore; ed inoltre per consunzione da sfregamento di parte del piede e di entrambi gli spigoli anteriori4.
La prima deturpazione, più cruenta, la si può imputare alla necessità di un adattamento a qualche improprio riuso come pietra da costruzione; invece, per la consunzione più diffusa, e certamente prolungata, va esclusa 1’azione di acque dilavanti e leviganti con il permanere invece di una diffusa granulosità per disgregazione superficiale: forse un calpestio, se riutilizzata in posizione orizzontale, o piuttosto lo strofinio di materiali organici (per esempio di fibre tessili per il lavoro dei linaioli, od anche dei panni delle lavandaie...).
Le dimensioni generali massime, attuali ma non troppo ridotte rispetto all’originale, sono di 81 x 39 x 29 cm, entro le quali il campo epigrafico, conchiuso longitudinalmente dagli sporti terminali, ed aperto invece sui fianchi ora sbocconcellati e lacunosi, ma già in origine senza cornice, si estende per 40,5 x 30 cm circa. Dunque un altare iscritto.
Le linee letterate si svolgono in modo molto disordinato, sia per il loro andamento pencolante verso il basso a destra, sia per le altezze irregolari: ll. 1 e 2: fra 4 e 5 cm; l. 3: più uniforme intorno ai 4 cm; ll. 4, 5 e 6: fra 4 e 5 cm, ma con la O della l. 6 med. di soli 3 cm; l. 7: ridotta a non più di 3 cm, inzeppata com’è in un angusto spazio di cimasa, quasi di risulta.
Va inoltre segnalato che molti dei segni letterati sono fortemente condizionati, nelle dimensioni5 come nella forma6 come nella conduzione dei tratti componenti7, e persino nell’ orientamento8, dall’aver dovuto combattere, il volonteroso lapicida, contro l’intralcio dei numerosi cristalli quarzosi emergenti, intrattabili con lo scalpello senza produrne imprevedibili e deleterii distacchi: ora evitandoli ora adeguandovi 1’azione dell’incisione, ora subendone gli effetti anche deturpanti.
Fra tutti i casi di deformazione vale più d’ogni altro 1’esempio della prima lettera delle sopravvissute. All’apparenza sembra una D spigolata in alto per quanto deforme; ma, secondo logica, è invece da leggersi in realtà come O. Il che non è poco davvero, perché dall’una o dall’altra lettura sarebbe dovuta seguire un’ interpretazione generale del tutto diversa, a seconda che principiasse da un D(is) M(anibus) “consacrato agli Dei Mani”, oppure da uno [l{ovi)] O(ptimo) M(aximo), “dedicato a Giove Ottimo e Massimo”. Un’ alternativa comunque legittima, poiché un simile altare sarebbe potuto servire, secondo gli esempi proprio nella nostra regione, a due usi diversi: funerario e commemorante quello della consacrazione agli Dei Mani, in certo senso protettori del mondo dell’ aldilà, sacro e devoto quello della dedica in dono o in voto ad una divinità.
Ma più di un elemento del contesto obbliga ad una scelta sola.
Da un lato sarebbe preferibile escludere un’eventuale consacrazione funeraria D(is) M(anibus), per 1’assenza di un possibile referente, vivo ancora o già trapassato che fosse, secondo uno schema del tipo “(Questo monumento è stato consacrato) agli Dei Mani per qualcuno” (con una connessione in caso dativo) oppure “di o in memoria di qualcuno” (legato con il caso genitivo), oppure ancora nella forma assoluta “(Questo monumento è stato consacrato) agli Dei Mani. Il tale (lo pose) per sé o per sé ed altri”. Ma d’ altra parte la dedica ad una divinità – e, dati gli attributi di (O)ptìmus e di (M)aximus, al solo dio luppiter, declinato come (I)ovi – è imposta dalla presenza alle ll. 4–5 della formula v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito), la sigla canonica che definisce le interrelazioni di scambio tra il fedele ed il suo dio, la cui lettura risulta chiara a sufficienza.

           Si legge infatti nell’insieme
           [I(ovi)] o(ptimo) m(aximo) sa=
           crum•
           Q(uintus) Iovi+[- ?]=
           nus v(otum) s(olvit)
           l(ibens) m(erito) cum
           suis omni=
           bus

e dunque

“(Consacrato) a Giove Ottimo Massimo, Quinto Iovi…no scioglie il voto volentieri e meritamente, insieme con tutti i suoi”.


A parte il suo scomposto disordinamento, l’iscrizione merita attenzione proprio là dove si sottrae ad una chiara lettura, nell’enjambément delle ll. 3–4, che ospitano e celano purtroppo il nome del titolare dedicante, ed in cui la parte finale della l. 3 risulta ormai illeggibile.
Q. Iovi...|nus, chi era costui, forse il Biassonese più antico di cui sia giunta a noi qualche memoria, anche se incerta?
Il composto nominale binomio dà dei problemi. Ad un insieme praenomen + nomen osta la difficoltà di individuare un nome di famiglia con quel principio9. A meno che non si emigri oltralpe, dove qualche gens nominata per *Iov– et similia la ritroviamo pure10, con le suggestioni che tale accostamento comporterebbe11 circa la composizione etnica degli abitanti della nostra regione in età romana.
Che invece il binomio fosse somma di praenomen + cognomen, quest’ultimo come *Iov– sembra più possibile12: ma che dire dell’ assenza del gentilizio, parte sempre essenziale del nome, che da sé innerva ogni definizione onomastica? I casi di denominazione unica sono molto numerosi, puntati solo sul cognomen, la più personale ed individuante delle definizioni13. Ma qui invece rimangono le altre parti, il praenomen al primo posto ed il cognomen all’ ultimo, enucleando invece il centro. Il che è un caso insolito14.
Perciò, è più conveniente immaginare che il nostro personaggio abbia voluto in qualche modo dare qualche legittimità alla sua denominazione romana almeno all’apparenza di primo acchito, ma gravemente irregolare o inesperta, come un caso analogo, e neppure troppo lontano15: ma nello sterminato panorama del patrimonio epigrafico qualche confronto lo si trova sempre, magari fortunosamente...
Per il resto, tutto è chiaro o verosimile almeno.
La sigla scomposta tra l. 4 e l. 5, v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito) è presenza quasi d’ obbligo nelle consacrazioni sacre per testimoniare la soddisfazione con lo scioglimento del voto (simile oggi alla formula “per grazia ricevuta”), cui segue, meno leggibile ma certa, 1’espressione finale cum suis omnibus, che coinvolge nell’atto pio un insieme di “suoi”, la sua famiglia probabilmente16.
Ed ecco dunque che, dalle nebbie del passato, o dalle difficoltà della pietra, affiora titubante la memoria di un individuo, un Biassonese d’altri tempi, di cui riusciamo a sapere qualcosa almeno.
La datazione dell’altare rimane incerta, mancando ogni indizio nel testo, e non potendosi ricavare nulla dalla forma grafica delle lettere, stentate e corrose: tuttavia 1’insieme dell’ epigrafe, tipologia del monumento e sviluppo dell’ iscrizione, può collocarsi tra il I sec. d.C. avanzato ed il II, cui si risale buona parte delle epigrafi, specialmente sacre, della nostra Lombardia.
Costui portava un nome di formazione incerta e sicuramente incompleto, ma sufficiente e funzionale per i suoi usi quotidiani; ma qui, per l’occasione, ma anche nella soddisfazione e nella vanità di comunicarlo a tutti, egli lo volle adattare alle regole ufficiali della sua comunità, ricavandone questa forma onomastica incompleta e traballante, quand’anche la si potesse leggere a chiare lettere; inoltre, in questa sua manifestazione volutamente pubblica ed esposta in pubblico, egli si valse del latino, la lingua franca per le pubbliche relazioni, eppure qui persino con una certa competenza (sua o di chi gli suggerì o dettò il testo?) nel destreggiarsi tra sigle ed abbreviazioni. E forse possiamo pensarlo non troppo umile: 1’uso di disseminare altari votivi anche nei piccoli centri di campagna fu molto diffuso17, e questo monumentino non è molto raffinato, ma è tuttavia testimonianza etema di un bell’impegno personale: nella volontà di averlo predisposto e di manifestare così davanti a tutti la sua devozione; ma anche nella spesa affrontata per portarlo a compimento, il che non era da tutti.
In fondo, tutte le manifestazioni epigrafiche ebbero sempre un’intenzione promozionale. Quali che ne fossero l’aspetto o l’eleganza e la destinazione specifica, ogni epigrafe ricercava un effetto di pubblicità, esponendo il nome del suo o dei suoi promotori di fronte a tutta la comunità, e sottoponendolo dunque anche alla considerazione ed alla valutazione dell’opinione pubblica; per di più in una forma – con l’uso della pietra e di incisioni marcate e mai cancellabili – che ne garantiva una durata di visibilità, e dunque anche di validità, prolungate, interminabili persino.
Tant’è che oggi ancora (e tanto egli non osò sperare certamente) siamo qui a a riconoscere pur con qualche incertezza – e in certo senso a ravvivarne la memoria o a rinnovarne il ricordo – tale Quintus lovianus il Biassonese: il primo e l’unico noto degli antichi abitanti di questi luoghi
Antonio Sartori
Istituto di Storia Antica
Universit degli Studi di Milano
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  1. Tanto più che da un primo sopralluogo personale era stata da altri ricavata e divulgata intempestivamente una prima notizia, data in modo improprio alle stampe su un foglio periodico locale, in SERAFINI 1996.
  2. ZEZZA 1982, pp. 48 ss.
  3. DI STEFANO 1987, pp. 84 ss.
  4. Molti esempi di questa tipologia formale e di simili deformazioni sono visibili nella vicina esposizione epigrafica di Como (v. SARTORI 1994b) e conservate nelle raccolte epigrafiche di Milano (v. SARTORI 1994a).
  5. Si vedano le differenze tra le O delle ll. 1 e 3 e della l.6.
  6. Le maggiori varianti sono nelle lettere S, le più difficili da tracciare con strumenti impropri su superficie scabra.
  7. Si veda, alla l. 4, l’approfondimento e la dilatazione ben differenti nelle vicine lettere V.
  8. Ancora le lettere S mostrano diverse rotazioni su se stesse.
  9. Tanto almeno ci offre lo spoglio, risultato negativo, dei nomi gentilizi, di famiglia, di tutta 1’Italia del Nord, Transpadana e Cispadana insieme (dagli Indices di C1L e dai suoi aggiornamenti).
  10. Un po’ sperduti nella grande area delle attestazioni epigrafiche di CIL XIII, comprendenti le Gallie (tranne la mediterranea Narbonese) e le Germanie, troviamo infatti sporadiche nonché incerte testimonianze di un Ser(vius ?) Iomaglius (3071, da Orléans) o di tali, come [I\ovinca\t - - -] (11882, da Magonza); oppure C(aius) Ioincatius Atto (3707, da Treviri) e Ioincatia Nundina (5287, da Kaiseraugst), Iovincatius Sumaro (4127) o ancora Io(v)inci[on(ius)] e Io[(v)in]cion(ius) Cossus (11313, 1, 13 e l9) da Treviri, ed infine uno Iovinius Valerio (1861, da Lione) - forse quello che, per ragioni di spazio, si adatterebbe meglio alle lacune o alle incertezze del nostro testo: tutte formazioni onomastiche che rivelano una forte componente indigena, celtica, per la durezza fonetica e per la latinità approssimata delle desinenze (si noti che cognomi come Atto, Sumaro, Valerio, si flettono nella forma in -onis, pesante ed estranea agli usi latini).
  11. Il problema della composizione etnica degli abitanti dell’ Italia del Nord in età romana (che torna oggi di contingente attualità, ma male interpretato) è ormai da tempo risolto con considerazioni d’ordine generale ben motivate da una ormai ricca documentazione epigrafica ed archeologica, che sostiene le conoscenze storiche. Un popolamento, diffuso ma non abbondante, di popolazioni celtiche di più recente ingresso (dal V-IV secolo a.C.), e di più antiche ed indigene genti liguri (con qualche contatto con i Greci di Marsiglia) e venete (cooperanti tradizionalmente con i Greci dell’ Adriatico e con gli Etruschi), fu irrobustito, completato, trasformato dall’arrivo progressivo di coloni dall’Italia centrale, prima alla spicciolata, poi inquadrati nelle grandi iniziative della colonizzazione di bonifica della valle del Po. Di fatto, durante l’impero romano, quando il Nord, la Gallia Cisalpina, raggiunse il massimo dello sviluppo e dell’importanza economica e politica anche a Roma, tutta la sua popolazione aveva raggiunto una larga, profonda, vivace comunità culturale, fondendo in un’esperienza originale e nuova gli apporti delle più varie provenienze. Si vedano, per un inquadramento generale, CHILVER 1941; MANSUELLI 1962; SALMON 1969; CHEVALLIER 1983; «Antiche genti» 1994.
  12. Anche nella Transpadana (CIL V): Iobina (sic) (8116,27, Padova), Iovincia (7480, Monteu da Po), Iovincillus (4536, Brescia), e ancora, ma in ambito cristiano (cui certo non potè appartenere il nostro, devoto a Giove), Iovina (8772, Portogruaro), Iovinia (6730, Vercelli), Iovinianus (8582, Aquileia), Iovinus (1634, Aquileia). Ma qualche altro esempio sparuto, e più lontano, lo troviamo anche in CIL XI: Iovina (1435, Pisa) e Iovin(us) (3845, Grottarossa), e, cristiani, [I]ovianus (1704, Firenze) e Iovin[ian]us (2556, Chiusi); ed ancora in CIL XIII: Iovinianus (7399a, da Friedberg nella Germania superior; e, ma di cristiani, 3845 e 4187, da Treviri), e Iovinus (1581, da Le Puy in Aquitania, come la cristiana 1184, dal Poitou; o 2207 e 2249, da Lione; o ancora 4597, da Scarponne nella Belgica, e 6273, da Oppenheim nella Germania superior). A cui deve essere aggiunto il caso più interessante, perché contiguo, riproposto da RESNATI 1995, p. 41 n. 10 (ripreso in MERATI 1991, pp. 84 s.): a Sirtori, una stele funeraria in serizzo, non molto più accurata, in cui l’iscrizione, a grandi lettere guidate, si svolge cosi: Titulum | d(is) M(anibus | Iuvian|o mer|enti p(o)s(uit), in memoria dunque di tale luvianus, più che comprensibile variante della denominazione rara di Iovianus.
  13. KAJANTO 1965.
  14. NOGARA 1895, p. 4, vi accenna appena, “più raramente manca il nome gentilizio”, ma gli esempi riportati come più vicini (CIL V, 6506 e 6609, dal Novarese) in realtà non sono probanti; anche THYLANDER 1952, pp. 98 s. vi accenna solo nel caso di omissione del solo cognome, oppure perchè sottinteso in quanto suggerito dalla sua presenza in altro luogo della stessa iscrizione (anche se va ricordato che le analisi del volume si riferiscono all’ambiente ben più culto di Ostia, i cui dati non si possono trasporre automaticamente a regioni tanto lontane sotto ogni punto di vista). Più organicamente MAINARDIS 2000.
  15. È ancora RESNATI 1995, pag. 78, n, 86, a proporre un bel confronto da Vimercate (cfr. DE ANGELIS D’OSSAT 1988-89, p. 311), ancora su di un altare grossolano in serizzo, Iovi O(ptimo) | Maximo | d(onum) Q(uintus) Flo|renti|nus | v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito), in cui segnala l’anomalia dell’accostamento di “un apparente praenomen e di un sicuro cognomen”, lasciando la corretta possibilità che sotto alla sigla iniziale potesse nascondersi chissà quale nome, ad esempio troppo locale o “indigeno” da preferirsene l’oscuramento.
  16. Quanto allo o agli “sghiribizzi” che si intravvedono sul fronte del piede, fuori dal campo epigrafico, ritengo che si tratti di segni "parassiti" aggiunti in epoca ben posteriore per un eventuale riuso per altri scopi: lo lascia sospettare il primo segno, più simile ad un numero 5 in una forma paleografica di età moderna, rinascimentale almeno; nè l’insieme sembra avere collegamento logico con la nostra iscrizione in sé conclusa.
  17. SARTORI 1992, pp. 77 ss.

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Prima edizione: 4 dicembre 2004