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Civico "Carlo verri" Biassono Etnografia E.1 |
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Banco per trafilare ottone
PremessaLa trafilatura è l'operazione con cui si riduce il diametro di una verga o di un filo metallico facendolo passare attraverso (trans) un foro più piccolo. Questa operazione sfrutta la duttilità cioé la capacità di alcuni metalli di lasciarsi deformare a freddo e acquisire pertanto una nuova dimensione e una nuova forma. Banco per trafilare ottone
Sul lato opposto del banco sono poste due mensole di contrasto che servono a trattenere la filiera in acciaio. Il banco, sotto cui trovano posto due cassetti, è sorretto da due gambe. Nei cassetti sono state riposte 14 filiere in acciaio, ognuna munita di numerosi fori di misura degradante e dalle diverse sezioni. Non esistono elementi tali da fornirci una esatta datazione del pezzo. L'unico particolare decorativo è costituito dal disegno delle due gambe: una semplice sinuosità a "graffa" che impreziosisce la scarna semplicità della macchina. Si può azzardare l'epoca di costruzione della trafila alla prima metà del XIX secolo.
Le origini La
macchina, nella identica forma costruttiva della nostra, era conosciuta
e utilizzata almeno fin dal XVI secolo e venne illustrata e descritta
da Vannoccio Biringuccio
in un capitolo della sua opera "De la Pirotechnia"
al Lib.IX, Cap.VIII.L'operazione di trafilatura del metallo - oro o argento ma anche rame, ottone o ferro - e la relativa macchina, vengono descritte con estrema precisione: "....hauendo prima con martello redutta la verga tonda & tanto longa quanto più si puo. Dipoi deue ricocere & recotta comunemente si conduce a vno arganetto fatto in piano commesso in vno telaro. Et a qual ... s'adatta
le trafile d'acciaro longhe mezzo palmo con più ordini di busi per dentro
di grandezza succedente l'uno e l'altro in ceppi di legnami ben fermi,
& appresso con vn paro di tanaglioni con le boche piane & dentro dentate
& con le gambe aperte, & sieno prese da vna staffa bracata di ferro, &
che da piei habbi vno oncino, alqual sia attacchato vna testa di cigna,
ouero la testa d'un canapetto, & l'altro resto s'auuolga girando sopra
al arganetto, & con questo ordine si stringano le tanaglie quando le tirarete,
& che esse in quello stante habbino presa la ponta delle teste del filo
de l'oro, o de l'argento, & che vno di quei busi della trafila da l'artefice
ben onto di cera nuoua vi sia stato messo, & cosi con la forza d'huomini
girando con le lieve tali strumenti si tira le verghelle de detti metalli
& si fa passare a vno a vno per tutti li busi della trafila. ... Et questo
medesimo modo si tiene anchora a tirare ognaltro metallo, cioe acciaro,
ottone, ferro, & rame" L'ultimo impiego noto della nostra trafila Alcuni
documenti consegnatici insieme alla trafila ci hanno permesso di ricostruire
gli ultimi atti della vita di questa "macchina". L'ultimo utilizzatore
fu Giacomo Sirtori di Lissone che svolgeva la professione di insegnante
di tecnica dello stampaggio tessile nelle Scuole Tecniche di Monza.Possiamo indicare la fine dell'utilizzazione di questa trafila nei primi anni '30 quando una rivoluzione scosse il mondo degli stampatori di tessuti. Era stato infatti inventato un sistema di fotoincisione per preparare i quadri di stampa (una delle prime aziende produttrici di quadri fotoincisi fu la svizzera Wolf). Il sistema, applicando la tecnica fotografica, riuscì a riprodurre un disegno su uno speciale supporto tessile, lasciando il vuoto tra i fili della tela solamente in corrispondenza del disegno. Attraverso questi "passaggi" il colore spinto da una racla poteva attraversare il quadro ed imprimersi sul sottostante tessuto che veniva così colorato riproducendo esattamente il disegno. Il metodo usato sino a quel momento, e che si tramandava pressocché invariato da molti millenni, consisteva nel preparare un tampone, uno stampo, avente il disegno in rilievo, colorarlo e poi imprimerlo sul tessuto. Non è assolutamente esagerato parlare di molti millenni perché sono stati ritrovati numerosi stampi, chiamati dagli archeologi "pintadere", in strati riferibili al Neolitico (7.000/3000 a.C.) che, probabilmente, venivano usati per decorare ritualmente il corpo umano, ma anche altro. I modi costruttivi di questi stampi detti anche tamponi o planches
- per utilizzare la terminologia tecnica corrente - erano diversi ed andavano
dalla incisione o scolpitura manuale di un blocco di legno (lasciando
in rilievo le linee che formavano il disegno) alla costruzione della figura
in metallo fuso (una lega a base di piombo, stagno e antimonio). Un'altra
tecnica - quella che in particolare ci interessa - consisteva nel fissare
sopra un supporto di legno tanti pezzi di ottone sagomati e accostati
opportunamente per formare il disegno voluto. Questi pezzi di ottone erano
trafilati in moltissimi tipi di profili: tondi, quadrati, stellari, cuoriformi,
semilunati etc. Utilizzati come chiodini, essi venivano martellati nel
supporto di legno seguendo le linee del disegno. Il disegno veniva riportato sulla planche
con il cosiddetto gratè, una carta lucida oleata con il
disegno dalla traccia molto incisa: lo "sfriso". La carta veniva
debitamente inchiostrata, appoggiata sulla superficie del legno su cui
si trasferiva mediante battitura il disegno Per realizzare sul tessuto
un disegno complesso occorrevano per la stampa tante planches quanti
erano i colori da imprimere. La difficoltà consisteva nel rapportare
e far coincidere esattamente, mediante riferimenti, i vari tamponi per
ottenere la massima nitidezza del disegno senza sbavature o sovrapposizioni
di colori.Il nostro insegnante faceva preparare ai suoi allievi delle piccole planches, di pochi centimetri, con disegni semplici. Questi piccoli tamponi era forniti alle estremità di chiodini a punta, detti picots, che servivano a trovare la giusta posizione sul tessuto affinché la successione delle impressioni risultasse perfetta e sequenziale. I vari tondini di ottone opportunamente sagomati venivano trafilati appositamente da Giacomo Sirtori, e dai suoi allievi, utilizzando la trafila. Anche i tecnici, chiamati incisori, delle industrie tessili più grandi - come le stamperie esistenti allora in Como - creavano le planches con listelli o chiodini metallici che erano da loro stessi trafilati con i profili progettati dai disegnatori di tessuti. La pratica della stampa dei tessuti con le planches venne rapidamente abbandonata e sopravvisse per pochi anni in paesi non industrializzati, anche se la stampa con tamponi a mano non è ancora del tutto scomparsa nella produzione di tessuti artigianali o etnici. La nostra trafila finì in soffitta con tutte le sue attrezzature insieme agli ultimi elaborati degli allievi e con un intero campionario di disegni tipici realizzati su tessuti di cotone. In quella soffitta il tutto venne dimenticato per oltre cinquant'anni. La nostra trafila finì in soffitta con tutte le sue attrezzature insieme agli ultimi elaborati degli allievi e con un intero campionario di disegni tipici realizzati su tessuti di cotone. In quella soffitta il tutto venne dimenticato per oltre cinquant'anni. Leopoldo Pozzi
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Civico "Carlo Verri"via san Martino, 1 20046 - Biassono (MI) tel./FAX 0392201077 cel. 3343422482 e-mail info@museobiassono.it |
Prima edizione: 25 novembre 2004 |
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