Museo Civico "Carlo verri" Biassono
Etnografia E.1
Torchio da vino
Il torchio

Il torchio è uno strumento usato nel processo di produzione del vino e dell'olio. Il termine torchio deriva dal latino torculum, che a sua volta si rifà al verbo torquere, (torcere, spremere). Viene usato ancor oggi per spillare l'ultimo vino o l'ultimo olio dalla poltiglia rimasta dopo la prima pigiatura (per il vino) o spremitura (per l'olio). I rimasugli degli acini o delle olive pestati vengono posti nel torchio per fare in modo che ne esca tutto il vino o l'olio possibile. Quel che rimane dopo questo processo è la base per la distillazione della grappa nel caso del vino. I resti dell'ultima spremitura sia per l'olio che per il vino vengono ancor oggi utilizzati come mangime, come combustibile od anche come fertilizzante.
Esistono vari modelli di torchio, ma tutti hanno in comune almeno due caratteristiche. Presentano una leva con cui pigiare ed un contenitore in cui mettere il prodotto da lavorare provvisto di uno o più fori da cui far scolare il liquido ottenuto.
I più antichi e rudimentali torchi si basano sul principio della "trave pressante". Si tratta di un semplice meccanismo formato da una trave collegata ad una catena ed azionata a mano. Questo tipo di torchio era interamente realizzato in legno e richiedeva l'uso di notevole forza per esercitare la pressione necessaria alla spremitura del prodotto.
Già all'epoca dei romani, però, esistevano torchi a fune che consentivano di ottenere una pressione sia progressiva sia fissa, bloccando il meccanismo in una posizione predefinita.
La complessità della macchina è andata evolvendosi nel tempo fino a raggiungere notevoli dimensioni grazie alla possibilità di realizzarla non più interamente in legno, ma anche in ferro e poi in ghisa e, da ultimo, in acciaio.
Il torchio moderno vede la trasformazione della semplice leva in un macchinario più raffinato. Una vite centrale in ferro o ghisa è fissata su un basamento anch'esso di ferro o ghisa, (ma anche di legno o pietra). Sulla vite si monta una piastra in ferro che viene spinta da un meccanismo di regolazione.
La parte meccanica rimane pressoché invariata qualunque sia l'energia necessaria al suo funzionamento. Anche da questo punto di vista possiamo documentare la trasformazione dall'uso della forza umana, idrica o animale fino al vapore per arrivare, da ultimo, all'energia elettrica.
Ciò che resta invariato è lo scopo per cui la macchina veniva e viene utilizzata. La torchiatura infatti è successiva alla pigiatura. Anche i torchi usati in Brianza venivano riempiti con i resti (tegàsc), tolti dal tino e posti nel recipiente del torchio. L'operazione richiedeva una notevole forza fisica tanto da vedere impegnate più persone. Si otteneva così un vino di qualità inferiore, ma ugualmente utile a coprire il fabbisogno della famiglia. Le vinacce erano pressate fino ad arrivare ad un terzo del loro volume iniziale e potevano essere torchiate anche più volte. Dopo la torchiatura le vinacce rimaste diventavano talmente dure che bisognava rimuoverle con la zappa.
In Brianza operavano numerose distillerie a cui venivano venduti i resti della torchiatura.
Un'interessante descrizione dell'operazione si trova in un'opera sul vino molto diffusa nel 1700 e nel 1800 in Brianza tra i proprietari terrieri.
Si tratta di un saggio di Carlo Verri intitolato "Del vino discorsi quattro". Il Verri ne tratta alla fine della sua opera in questi termini : "Trasportato il primo vino da noi detto crodello, brevemente accenna l'Autore ciò che si fa colla massa de' grappi per il vino torchiato, e pel loro uso per acquavite, per olio, per aceto, come è noto agli agricoltori, e per formare il verd-gris per nutrimento de' volatili e delle bestie, per formare dell'alcali, e poteva aggiungere anche, per farne concime."
La torchiatura era di solito una prestazione a pagamento. I contadini infatti si rivolgevano ai proprietari del torchio e pagavano a volte lasciando anche le vinacce residue. A seconda dei casi i contadini portavano le vinacce al torchio, oppure si rivolgevano ai proprietari di torchi di dimensioni minori che passavano di corte in corte con il torchio sistemato su di un carro.
Effettivamente la spesa per un torchio non poteva essere agevolmente sostenuta dagli agricoltori. Il valore di questa macchina era così alto che anche tra i più ricchi proprietari terrieri si cercava di ottimizzarne l'utilizzo. Testimonianza di questa "antica abitudine" viene ad esempio dalle lettere che Pietro Verri (fratello maggiore di Carlo) scambiava con Giovanni Battista Cazzaniga, suo fattore a Biassono alla fine del 1700. I Verri avevano, tra gli altri possedimenti brianzoli, anche delle vigne a Biassono che davano un raccolto di 280 brente (equivalenti a 14.000 litri) , a Ornago e a Cambiago. Dallo scambio di idee e di proposte si evince che i Verri possedevano un torchio a Biassono.
Questo torchio, infatti, fu argomento di molteplici discussioni tra i fratelli Verri. Inizialmente, infatti, era posto in casa Turconi (un edificio che era situato sul lato sud dell'attuale Villa Verri di Biassono) da dove venne spostato per sistemarlo in casa Bossi. Alessandro Verri (un altro fratello di Carlo e Pietro) scrive infatti che bisogna "levare il torchio di dove è [in casa Turconi] e porlo in casa Bossi, perché è un cattivo vicino, tanto per il rumore, come per il pericolo che si rompa la vite e sbuchi la soffitta, facendo saltare in aria un ospite".
Alla fine Pietro Verri si spazientì, tanto da considerare la possibilità di utilizzare il torchio di Ornago. In un secondo momento, però, pensò di chiedere ai fratelli Parravicini, anch'essi proprietari terrieri a Biassono ed in possesso di un torchio di certo non molto differente da quelli descritti qui di seguito
La presenza di macchine simili in tutto il nord Italia (e non solamente in Brianza) è documentata da numerose stampe dell'epoca ed in particolare dai progetti raccolti e conservati presso il Museo del Politecnico di Torino da cui si evince che meccanica e motricità erano realizzate con schemi "standard" per l'epoca.

CATALOGO

a) Torchio da vino a cricchetto
N° Inventario : E.2001.39.1
Dimensioni : cm 160 x 220
Materiale : legno e ghisa
Stato di conservazione : Restauro GRAL del 1998
Proprietà : dono Carlo Villa (Sovico)
Questo torchio in possesso del Museo di Biassono si pone verso la fine del percorso evolutivo del modello spinto a forza di braccia o da animali. Il pezzo è dono del signor Carlo Villa, venditore di materiali ferrosi di Sovico. Non è stato possibile accertare la provenienza, anche se sicuramente è di ambito brianzolo.
Anche la datazione precisa di questa macchina è di difficile definizione. Con tutta probabilità risale ai primi del 1900 e doveva essere usata in un possedimento molto ampio. Infatti la capacità del contenitore è di circa 200 chili di uva pigiata e questo ne fa uno dei più grandi modelli prodotti.
L'attento restauro ha permesso di rimettere tutto il meccanismo originale in grado di funzionare di nuovo. Sono state smontate, ripulite e rimontate le parti meccaniche e lo stesso è stato fatto per le doghe in legno di rovere che sono così state recuperate dallo stato di degrado in cui versavano. L'esame delle parti meccaniche ha messo in luce l'abilità della produzione avvenuta senz'altro per fusione. In particolare l'ampio basamento circolare dal diametro di cm. 160 è stato fuso in un pezzo unico, con un'operazione di non facile realizzazione, mentre in un secondo momento sono stati montati i quattro piedi di sostegno, anch'essi in ghisa. Purtroppo non vi sono marchi o altre diciture che consentano una maggiore precisione nella definizione di data e luogo di produzione. Quasi sicuramente non è una produzione di serie o, se lo è, si tratta di una serie molto limitata di pezzi anche perché non doveva essere semplice trovare un acquirente per una macchina così grande.

Con più precisione possiamo invece descrivere sia il funzionamento che l'uso. Il torchio è munito di una vite centrale fissa della lunghezza di cm 220, realizzata in ghisa e bloccata al basamento. Su questa vite viene fatta scorrere una piastra anch'essa in ghisa sotto la quale è agganciata un'ulteriore piastra in legno che copre l'intero diametro del recipiente (cm 120) in cui viene messo il prodotto da torchiare.
Era possibile aprirlo completamente grazie ad un doppio sistema di tre agganci a maniglia e ad una serie di maniglie inchiodate alle doghe.

Il movimento è assicurato da un meccanismo "a dentarello" che consente un movimento rotatorio unidirezionale: le due piastre vengono così abbassate nel recipiente pressando il prodotto fino a raggiungere circa un terzo del suo volume iniziale. La motricità viene garantita da una manopola di legno montata su una leva metallica. In questo modo la macchina può essere mossa anche da una persona sola che ci gira attorno facendo forza sulla leva.Tutto il vino ottenuto viene fatto scorrere all'esterno attraverso le fessure delle doghe che formano il contenitore.
Le doghe sono tenute insieme da cerchi in ferro, con un principio simile a quello delle botti. In questo caso, però, i cerchi non sono tirati fino a far combaciare perfettamente ogni doga con l'altra, ma si lascia uno spazio da cui possa defluire il vino.
Altra caratteristica che fa differire i cerchi delle botti da quelli del torchio è la presenza in quest'ultimo di leve che consentono di aprire il contenitore alla fine dell'operazione di torchiatura in modo da poter più agevolmente togliere i rimasugli della torchiatura stessa. Il vino ottenuto viene raccolto in un canale che fa tutt'uno con il basamento interamente realizzato in ghisa e munito di quattro piedi che sollevano il torchio da terra per quel tanto che basta a mettere un contenitore per la raccolta del vino che viene fatto defluire dal canale di scolo tramite un apposito foro.

b) Torchio da vino a volano
N° Inventario : E.1999.43.1
Dimensioni : cm 115 x 270
Materiale : legno e ghisa
Stato di conservazione : Restauro GRAL 1999
Proprietà : recupero GRAL in località Capriano di Briosco (Mi)
Il basamento è quadrato ed è di poco più largo (cm 115 di lato) del continetore che sostiene e fa da supporto per una lunga vite centrale (altezza cm.170).
È costruito con travi di legno accostate e tenute insieme da due lunghe viti trasversali. La robustezza della struttura è garantita anche da due travi poste ad unire in diagonale le quattro gambe a sezione quadrata.

Peculiarità del pezzo, come detto, riguarda la meccanica e la motricità. Sicuramente la motricità era garantita dalla forza umana. Veniva infatti azionato grazie ad una ruota di comando realizzata in ghisa e posto sulla parte frontale. Le razze e l'altezza da terra a cui è sistemato evidenziano un preciso studio ergonomico.
Questa ruota di comando è collegata al meccanismo della vite senza fine grazie ad una coppia conica che fa girare un ingraggio (di circa un metro di diametro) posto sotto il basamento che trasmette la motricità alla vite centrale.
Sulla vite è inserito un blocco di ghisa con due bracci da cui pende una piastra cui sono avvitati nell'ordine un parallelepipedo ed un cerchio di legno che va a contatto con le vinacce.

Tutto il vino ottenuto viene fatto scorrere all'esterno attraverso le fessure delle doghe che formano il contenitore e viene raccolto in un canale di scolo scavato nel basamento e provvisto di un beccuccio che permette al liquido di defluire per caduta all'esterno dove può essere raccolto in un contenitore.

Gli interventi di restauro sono stati in questo caso decisamente più sostanziosi visto lo stato di degrado in cui il pezzo versava. È stata infatti necessaria una completa opera di bonifica del basamento in legno di cui è stata conservata la struttura, integrata, però, con l'inserimento di pezzi di rovere invecchiato e non trattato per cercare di rispettare il più possibile l'originale. Anche le doghe in legno che compongono il contenitore sono state interamente rifatte in quanto quasi tutte le originali erano mancanti o in uno stato di degrado che non ne ha permesso il recupero.

Giovanni Serafini
BIBLIOGRAFIA

Carlo Verri, Del vino discorsi quattro, Giovanni Silvestri, Milano 1823

Pietro Verri, Lettere al fattore di Biassono, Rivista milanese di economia - Serie quaderni n.6, Cariplo-Laterza, Milano 1984

Angelo De Battista, Contadini dell'alta Brianza, Cattaneo Editore, Oggiono 2000

Paul Scheuermeier, Il lavoro dei contadin, Longanesi & C., Milano 1980

Giovanni Serafini, Carlo Verri - S2 Scheda del Museo "Carlo Verri" di Biassono, Biassono 1997

Museo Civico "Carlo Verri"
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Prima edizione: 25 novembre 2004