Museo Civico "Carlo verri" Biassono
Storia S.2
Carlo Verri (Milano, 1743 - Verona, 1823)
Cenni sulla vita

Nato a Milano nel 1743 dal conte Gabriele e dalla contessa Barbara Dati della Somaglia, penultimo di sei tra fratelli e sorelle (gli altri in ordine di nascita erano Pietro, Antonia, Anna, Alessandro e Giovanni) fu inviato a studiare teologia a Parma all'età di diciotto anni. Fu ottimo studente, lodato dai docenti, affezionatissimo al fratello minore Giovanni, con il quale condivise gli studi parmensi arrivando ad indossare l'abito di abate.
La sua vita si può dividere in due periodi: un primo periodo giovanile che vede in Carlo un cadetto un pò scapestrato; il periodo della maturità che fa del Verri uno studioso di agricoltura ed un uomo politico di primo piano nella sua epoca.
Del periodo giovanile almeno quattro sono gli amori di cui resta testimonianza: il primo risalente al 1765 quando il giovane Verri si era innamorato di una brillantissima dama della società milanese, Teresa Zuaso y Ovalle Zamorra, incontrata e sposata in Spagna dal conte Giuseppe Attendolo Bolognini, uno dei più bei nomi dell'aristocrazia milanese. Conosciuta come "Spagnoletta" entrò anche negli scritti di Casanova che nelle sue Mèmoires la descrive come "une brune piquante, jolie, quoique trop petite". La Spagnoletta, però, non era tipo da rimanere troppo a lungo con un uomo e Carlo ne subì una forte delusione che lo portò ad un periodo di misantropia e di raccoglimento sui libri fino a quando non si innamorò di Antonia Brioschi, già benevola a Pietro.
Circa nove anni dopo, nel 1774, Carlo si innamorò e si fece assumere come cavalier servente di Elisabetta Vedani cui era ancora legato cinque anni dopo.
Sia per la Brioschi (nel 1771) che per la Vedani (nel 1774) il fratello Pietro era dovuto intervenire in due momenti diversi ma con il medesimo intento: sopire lo scandalo minacciato dai mariti che volevano far rinchiudere le rispettive mogli in monastero come si usava fare in simili casi. Elisabetta avrebbe voluto andare a vivere con Carlo, ma la situazione di questi, senza alcuna indipendenza economica, la persuase a lasciare il giovane Verri.
Diversi anni dopo aver lasciato la Vedani Carlo aveva stretto una relazione con una donna di modesti natali, Teresina Colombi cui rimarrà fedele fino alla morte di lei, avvenuta nel 1821.
Il conte Gabriele avrebbe voluto salvare dalla dissipazione i due figli più giovani (Carlo e Giovanni), troppo impegnati, a suo dire, a correre dietro ai loro amori. Nella speranza di ottenere una "badia per Carlino" raccomandava ad Alessandro di coltivare l'amicizia del cardinale Albani. Già nel 1775, però, i due figli minori di casa Verri avevano rotto col padre andando a stabilirsi fuori Milano.
Nel 1769 fu eletto papa Lorenzo Ganganelli che prese il nome di Clemente XIV. Uno dei primi atti del nuovo pontefice fu la nomina del cardinale De Bernis a ministro di Francia, procurando una grave delusione a Carlo che aspirava a quella carica.
Fu poi a Vienna, con il fratello primogenito, Pietro, fino al 1771. Carlo continuava a vestire l'abito talare, anche se non volle impegnarsi nella carriera ecclesiastica rinunciando a chiedere un canonicato. D'altro canto non voleva privarsi dei centocinquanta scudi della pensione di suddiacono.
Al ritorno i due fratelli maggiori non lo ostacolarono nella volontà di smettere l'abito talare, grazia che fu accordata con l'intervento del fratello Alessandro, che allora si trovava a Roma, con la spesa di "meschini paoli nove". Carlo manteneva la sua pensione, ma poteva entrare nell'Ordine di Malta e vestire la spada.
Di sicuro però i due fratelli maggiori non approvavano le spese che i due minori andavano facendo: "L'abate ... fa ricerca a nostro padre di carrozza, accrescimento di vestiario, aiuto per farsi cavaliere di Malta, ... adducendo che, sebbene è cadetto, è però legittimo" così scriveva Pietro ad Alessandro il 10 settembre 1774 proponendogli un'alleanza per contrastare il fatto che "essi cerchino anche indiscretamente di star meglio". E così si va avanti con continui litigi e ripicche fino a che anche Pietro rinuncia a difendere Carlo giudicandolo "uomo pieno di umore e senza condotta" e rompe così ogni rapporto.
Né interessato né economicamente in grado di svolgere una vita brillante al centro dell'aristocrazia milanese, dove aveva accesso in virtù del casato, Carlo vi preferì la musica e, soprattutto, la pittura.
Tre sono le opere da ricordare: una copia di una Madonna di Cesare da Sesto, un nudo rappresentante Mercurio che custodisce gli armenti e, dal 1778, quel San Martino, cui attenderà per tutta la vita, destinato in origine alla chiesa di Biassono e che ora si trova al Santuario della Madonna ad Ornago. Oltre a bozzetti e disegni preparatori resta notizia di "qualche ritratto".
Tra i suoi studi c'è da annoverare anche la frequentazione della Accademia delle belle arti di Brera. Di questo periodo resta un giudizio espresso dal signor Franchi, scultore della stessa accademia che parla ad Alessandro Verri di "progressi della pittura di Carlo. Egli (il Franchi, n.d.r.) trova che (Carlo) vi ha una straordinaria disposizione". Per cercare di trovare ispirazione per il suo San Martino nel 1779 soggiornò a Parma per copiare il Correggio. Altri soggiorni per approfondire gli studi di pittura erano già stati fatti a Venezia (1768) e a Roma (1769).
Fu socio anche di altre accademie ed in particolare dell'Accademia Clementina di Bologna, dell'Accademia de' Georgofili di Firenze e dell'Accademia Virgiliana di Mantova. Cercò anche di diventare direttore dell'Accademia di pittura milanese, ma senza successo.
Fu anche Commendatore del Real Ordine della Corona di Ferro, istituito da Napoleone il 6 giugno 1805. Il Verri si vantava di essere stato tra i primi ad esservi nominato commendatore e di averne avuta la decorazione nella prima ed unica funzione pubblica che si fece nella basilica di Sant' Ambrogio.
Delle doti artistiche di Carlo resta il velenoso giudizio del fratello Pietro che scrive: "... dubito che gli manchi genio, e sia come nella musica esecutore delle cose scritte, ma incapace di creare un pensiero o una cadenza sola". Giudizio questo rimarcato anche altrove come nella lettera del 14 novembre 1778 dove annota: "Pare che la di lui anima sappia fare bene l'eco degli oggetti che se le parano avanti l'uno dopo l'altro, ma che entro di sé non travagli punto, e le idee gli restino dormienti e senza accozzarsi e misurarsi fra di loro" . Un altro commento su Carlo pittore arriva due anni più tardi quando sempre Pietro, parlando del San Martino, annota: "... io mai nomino il suo quadro e la sua pittura. Ho definito che sebbene studiasse un secolo egli non farà mai niente di più che delle copie diligentemente fatte ..." .
Sempre su questo quadro Pietro scrive: "... è un guerriero a cavallo che esce dalla porta della città mentre regala a un mendico nudo il manto proprio; vi sono tre figure di soldati ben collocate, e il fondo del quadro rappresenta le antiche fortificazioni della città. Per collocare a luogo queste figure egli ha fatto fare diverse figurine di cera pieghevole, le ha vestite, e sentendo le critiche di vari le ha finalmente collocate nell'atteggiamento; poi tutti gli atteggiamenti di ciascuna delle figure gli ha disegnati dal naturale, ed ha una cartelletta piena di studi prima di aver cominciato il quadro."
Sempre sul San Martino resta un commento di Pietro su una fase successiva del quadro: "L'abate ha già fatto tutto l'abbozzo in grande sulla tela del suo quadro rappresentante San Martino a cavallo, e mi pare opera non volgare".
La sua passione per l'arte lo portò a scrivere anche un "Saggio elementare sul Disegno della figura umana, con alcune avvertenze sull'uso de' colori ad olio".
Studio dei maestri e lavoro meticoloso erano le norme della sua pittura, ma si mantenne sempre in una posizione antiaccademica tanto da entrare in polemica con Giuseppe Bossi, segretario dell'Accademia di Brera, contro il cui saggio sul Cenacolo di Leonardo scrisse le "Osservazioni sul volume intitolato del Cenacolo di Leonardo da Vinci, libri IV di G. Bossi", edite nel 1812.
Dopo il 1787, felice di vedersi assegnata, in seguito alla divisione dell'eredità paterna, la possessione di Biassono, ne fece la casa del cuore: "Carlo seppe trovarvi la felicità, e qui, nella soave bellezza della campagna lombarda, si scoprì una nuova grande passione, l'agricoltura" . Il primogenito Pietro si lamentò di come "gli interessi di famiglia, gelosamente custoditi dai maggiori, furono propalati, ingegneri, rigattieri, ragionati, avocati, procuratori arbitri, mediatori, tribunali, tutti furono informati della sostanza Verri e da essa pagati ... In sei anni si è distrutto il lavoro di secoli". Di rimando Carlo scriveva: "Per consolarsi dell'infelice esito che in complesso hanno avuto gli affari di famiglia, nella quale credeva tutto suo, ora prende il partito di dire a tutto il mondo che siamo poveri e falliti e di combattere con esibiti facendo una guerra da ussaro, con piccole e continue scaramucce" .
Nonostante i tentativi di accomodamento i fratelli Verri rimasero a lungo in cattivi rapporti tanto che anche Alessandro nelle sue lettere mostra la sua irritazione nei confronti di Carlo che, nonostante tutto, "largamente passeggia nel suo palazzo di Biassono speculando commercio, agricoltura e viti".
Scrisse, infatti, a Biassono, due saggi sulla coltivazione dei gelsi e delle viti ("Del modo di propagare, allevare e regolare i gelsi", Pirotta, Milano, 1801; "Saggio di agricoltura pratica sulla coltivazione delle viti", Brescia, 1803). Aveva studiato, riflettuto, sperimentato concludendo che viti e gelsi, tradizionalmente ritenuti inadatti ai terreni di Biassono, attecchivano benissimo, purché opportunamente curati. Altri temi di agricoltura dei quali si occupò sono testimoniati da altrettante opere : "Lettera ad un amico sull'opera del Sovescio, e nuovo sistema di cultura fertilizzante senza dispendio di concio" (1819); "Risposta alle lettere dilucidative sul sovescio di segale"; "Il gelso, la vite ed il sovescio. Almanacco per l'anno 1822"; "L'erba medica, il seme de' Bachi e la foglia. Almanacco per l'anno 1823"; "Del vino discorsi quattro" (1823).
Tutti questi scritti furono redatti con rigore scientifico e per lo più in modo didattico, esponendo cioè la materia in modo schematico e manualistico. L'autore infatti tiene a sottolineare come "... dimenticate le teorie tutte, ed affidato alla sola esperienza mia, mi sono industriato di minutamente descrivere e ridurre a chiari precetti quanto debba praticarsi ...". Viene dedicata infatti particolare attenzione a dividere l'opera a seconda delle fasi da seguire per ottenere il risultato sperato. Il pensiero è sempre rivolto alla chiarezza cui si unisce lo sprone ai giovani proprietari terrieri a cui viene indicata una "via certa e chiara per direzione de' proprj contadini ...".
Fu forse anche questo uno dei motivi che fecero la fortuna di questi volumi sull'agricoltura che ottenero a Carlo Verri la fama di agronomo.
Tutti i libri vennero editi dalla Tipografia Silvestri, che potremmo definire la "tipografia di famiglia" visto che presso lo stesso editore vennero stampati anche gli scritti degli altri fratelli. In particolare buon successo di pubblico ottennero i "Saggi di agricoltura pratica" che videro ben sei edizioni di cui l'ultima postuma del 1840.
Ottenne lodi e seguito per i successi ottenuti sperimentando nuovi sistemi di coltivazione, come ricorda in molti passi delle sue lettere e dei suoi libri: fece intensificare l'azione razionalizzatrice delle attività agricole nelle proprietà di famiglia suscitando le critiche del primogenito. Per meglio occuparsi di questo suo interesse curava un campo sperimentale posto di fianco a Villa Verri e conosciuto come "Brera" . D'altra parte anche Carlo, quando Antonio Greppi gli propose di assumere niente meno che la procura generale (di diventare "amministratore delegato" come diremmo noi oggi) della sua azienda, certamente la più importante esistente a Milano in quell'epoca "si astenne dall'abbracciarla come inconciliabile con la nascita e la convenienza".
I suoi terreni venivano ricorrentemente visitati dagli agrari dell'Università di Pavia.
Solo il cognato Francesco Melzi d'Eril (che era entrato nella ragnatela delle parantele della famiglia Verri grazie al matrimonio della sorella Vincenza con il primogenito Pietro) riuscì a staccarlo da Biassono, facendolo per i francesi (che erano entrati a Milano il 2 giugno 1800) prefetto del Lario con sede a Como, "città triste, ma che offriva vicinanza ai miei fondi". Nel giugno di quello stesso anno non poté rifiutare la prefettura del Mella e partì per Brescia dove fu "onorevolmente accolto" e dove rimase fino al settembre 1804 quando, ammalatosi di pleurite, diede le dimissioni e tornò nella sua amata villa brianzola.
In ricompensa del suo servizio fu nominato nel Consiglio interinale di Stato ed in seguito confermato consigliere legislativo del nuovo regno proclamato da Napoleone a Milano ed assegnato al dipartimento della pubblica beneficenza. Per qualche tempo, a causa della salute malferma, visse ritirato tanto da dover chiedere dispensa e rifiutare la nomina nella Commissione per la Dalmazia.
Alle lusinghiere sollecitazioni del viceré Eugenio non poté rifiutarsi di andare ad Ancona per organizzare il settore della beneficenza nei tre compartimenti delle Marche (Metauro, Musone e Tronto) dove rimase dal 21 aprile 1808 fino alla fine di agosto. La missione fu ben condotta e, in segno di riconoscenza il viceré gli donò una tabacchiera col proprio ritratto "coronato di brillanti" e l'anno seguente, il 10 ottobre 1809, quando fu istituito il Senato del regno d'Italia, gli fece ottenere la nomina a senatore.
In quegli anni gli fu accordato da Napoleone I lo stemma di famiglia.
Nel 1814, dal 21 al 28 aprile, fu, per una critica settimana di transizione, presidente della reggenza di governo provvisorio. Di questa esperienza resta un volume redatto a quattro mani col conte Armaroli dal titolo "Sugli avvenimenti di Milano 17-20 aprile 1814. Relazione del Conte Carlo Verri senatore del Regno Italico e Presidente della Reggenza Provvisoria", scritto a Nizza nell'inverno 1817 e pubblicato postumo a Roma nel 1897.
Il 16 aprile, infatti, era giunta la notizia della rinuncia di Napoleone ai troni di Italia e Francia, avvenuta a Fontainbleau il giorno 11 di quello stesso mese. Il 20 aprile Milano sorse a tumulto per l'incertezza delle sorti del regno e per opporsi al riconoscimento di Eugenio di Beauharnais quale re di Lombardia.
Il Verri si fece portavoce delle decisioni del senato e parlò ai rivoltosi che lo assediavano in cerca del conte Prina, ministro delle finanze, malvisto perché accusato di imporre troppe tasse e balzelli. Alla folla che, ormai straripata nell'aula senatoria, reclamava Prina, il Verri rispose che il Prina era assente e alle rimostranze rispose: " Come ! Voi tutti avete tanta fede e bontà in me, poi mi credere capace di mentire ? Io vi replico che Prina non c'è e non è intervenuto". Ed in effetti Prina non era intervenuto, ma la folla credeva di averlo visto entrare, data la sua somiglianza con un altro consigliere. L'episodio non calmò gli animi tanto che il Prina fu scovato nella sua abitazione e massacrato mentre il suo palazzo venne saccheggiato. La Reggenza terminò il suo compito con l'ingresso degli austriaci a Milano il giorno 28 aprile, ma il Verri ne rimase presidente fino al 25 maggio quando fu sostituito dal maresciallo conte di Bellegarde.
Nel 1814 tornò finalmente a Biassono, nella casa che ormai aveva riscattato interamente dai fratelli, per dedicarsi alla campagna, alla fiera e ai cavalli, oltre al San Martino, che non mancava di ritoccare.
Alla soglia degli ottant'anni, nel 1818, perse il fratello prediletto, Giovanni e, nel 1821, Teresina Colombi, sua amatissima compagna. Ancora continuò con passione ad attendere alle tenute di Biassono e ad aggiornare i suoi testi sull'agricoltura. Nel giugno del 1823 si spense a Verona, mentre si recava per cure ai bagni di Recoaro.
Giovanni Serafini
BIBLIOGRAFIA
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BAIA CURIONI S. 1993, Una grande famiglia : i Verri in Storia illustrata di Milano a cura di Franco Della Peruta Elio Sellino Editore Milano

SEREGNI G. 1940, Carteggio di Pietro e Alessandro Verri dal 1gennaio 1780 al 26 maggio 1781 Giuffrè Milano

CIVELLI G. 1858, Lettere di Alessandro Verri alla sua famiglia dal 1782 al 1815 Tip. Civelli Milano

ROMANO' E. 1928, Storia del Comune di Biassono

GREPPI E., GIULINI A. 1931, Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri dal 1774 al 1775 Casa Editrice L.F. Cogliati Milano


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Prima edizione: 25 novembre 2004