CAPITOLO
VIII
IL FEUDALISMO DAL 900 AL 998
Idea de’ Feudi. - Dignità feudali. - Il Contado della
Martesana. - Castelmarte. - Vimercate. -Contado di Lecco. - Attone
e Ferlinda. - Diritti del monastero di Sant’Ambrogio. - Giurisdizione
di Limonta e Civenna. - Diritti del monastero di San Dionigi. -
Privilegi del capitolo di Monza. - Landolfo da Carcano. - I capitanati
della Martesana. - Prete Deusdedit. - Il sapere di questi tempi.
Durante il regno de’ Longobardi si consolidò in Italia
il feudalismo, conseguenza delle molte donazioni di beni laici,
che re, papi e principi facevano ai privati, ai capitoli ed
ai monasteri, che erano grandi vassalli della corona. Col volgersi
del tempo, questi grandi feudi si suddivisero in tante parti, e
i capi di esse, a seconda della loro autorità, acquistavano
nomi diversi. Duchi chiamavansi coloro, che aveano la giurisdizione
d’una provincia, conti i governatori d’una città,
ai marchesi era affidata una provincia di confine. Godendo questi
la facoltà di sub-infeudare ad altri, chiamavansi capitani
o cattanei coloro, che aveano ricevuto una giurisdizione da
re, da duchi o da marchesi; valvassori quelli, che aveano ricevuto
il feudo dai capitani, e valvassino chi ritraeva dai valvassori.
Questi duchi, marchesi, conti, castellani, valvassori, capitani
e valvassini acquistarono gradatamente assoluta autorità
nel circuito de’ loro dominii, presso a poco, come il
re o l’imperatore in tutti i suoi stati. Erano però
obbligati come vassalli a soccorrere il monarca in tempo di
guerra, prestargli sempre omaggio, e ricevere da lui la conferma
del possesso del suo dominio, finalmente a pagargli il più
delle volte un annuo tributo. Padroni non meno dei coltivatori,
che della gleba, trascorrevano ad ogni eccesso di delitto e d’oppressione,
menando una vita angustiata da paure e da amarezze, isolati nei
loro castelli fra un terribile cerchio di scherani, rotti ad
ogni guisa di scelleratezza.
L’Imperatore ed il Pontefice, i soli che avrebbero potuto imporre loro una legge, e ritenerli nel dovere, erano lontani.
Nello stato milanese l’autorità feudale era scompartita in mano de’conti,. la cui giurisdizione chiamavasi contado rurale. Il più antico di essi è generalmente considerato quello della Martesana, composto delle dodici pievi di Alzate, Desio, Seveso, Asso, Incino, Cantù, Missaglia, Oggiono, Garlate, Brivio, Vimercato e Mariano.
Giulini porterebbe opinione
(1)
che il capoluogo di sì vasto territorio fosse Castelmarte
(2),
appoggiato all’osservazione che la capitale di ogni contado
portava il titolo di castello, e godeva gli stessi vantaggi delle città.
Ma non mi sembra di dover accogliere quest’asserzione dell’illustre
annalista milanese, poiché sebbene, come egli dice “Non
si possa, dagli stati presenti dei paesi, conghietturare sul passato
(3)”,
pure mi sembra improbabile, che volessero scegliere per capitale nel nostro
contado una terra così eccentrica come Castelmarte, collocato al
lembo meridionale della Vallassina, in una situazione, che non cessa
anche a’ nostri giorni, a malgrado delle agevolate strade, di essere
di difficile avvicinamento. Inoltre l’asserzione del Giulini
non è fondata che sur una debole analogia, cioè che come
Castel Seprio era capo della Sepriana, così Castelmarte fosse capoluogo
della Martesana. Secondo l’opinione più probabile e più
generale, il governo del nostro contado dovea risedere a Vimercato, grossa
terra anche ai nostri giorni, e capoluogo del distretto ottavo della
provincia di Milano, che fu sede del magistrato togato che governava
la Martesana, fino al rovescio del governo spagnuolo.
L’ altro contado rurale era quello di Lecco
(4)
eretto sotto i Franchi, ma in epoca ignota. I soli conti di Lecco di cui
ci resta memoria sono Corrado, che visse sullo scorcio del secolo IX.,
suo figliuolo Rambaldo, Wiberto, probabilmente figliuolo di Rambaldo,
finalmente Attone figliuolo di Wiberto, in cui finirono i conti di Lecco.
Costui fu buon guerriero e seguì l’armi di Ottone primo e
Ottone secondo imperatore di Germania, e divenuto conte di Lecco,
impalmò Ferlinda, figlia di Bertaro signore di Beolco, villaggio
(5).
Questi due consorti, invecchiati senza prole, regalarono al vescovo di
Bergamo (975)
(6)
la regia corte d’Almenno, e i due vicini castelli di Brivio e di
Lavello con vigne, prati, pascoli, selve, molini, pescagioni, acque, canali,
serve, ancelle, aldii ed aldiane, donazione che fu poi confermata da Ottone
Il. nel 1015, e nel 1026 rinnovata da Corrado I., re d’Italia
(7).
Le memorie del contado di Lecco cessano quando l’imperatore Ottone
Il. lo donò ad Adalgiso vescovo di Como, che pare lo ricevesse
unicamente come donazione ecclesiastica o benefizio; poiché
sappiamo che nel 1037 era in mano di Ariberto, arcivescovo di Milano,
al quale per questo da un oltremontano fu intimata lite, di cui non
sappiamo l’esito; perciò la Dieta radunata per tal motivo
da Corrado II. in Pavia l’anno suddetto fu interrotta con tumulto
e coll’imprigionamento dell’arcivescovo
(8).
Un’autorità poco differente da quella dei conti aveano pure sulle nostre terre alcuni abbati.
Quello di Sant’Ambrogio in Milano godea tale giurisdizione
sulle corti di Limonta e Civenna, che aveano il titolo di feudi imperiali
(9),
delle quali era Stato investito l’abbate il 24 gennajo 833 da Lotario
imperatore per suffragio dell’anima d’Ugone, giovinetto
cognato dell’Imperatore. Ma essendo l’abbate e i Limontesi
venuti a contesa tra loro, il giudice Raginfredo e Andrea da Carcano
arcivescovo di Milano, apersero tribunale in Bellano, citandovi il popolo
dissubbidiente. Vennero nel 905 i poveri Limontesi forte dolendosi delle
angherie, che esercitavano su di loro gli abbati Guidolfo e Pedelberto,
loro proposti, i quali recavano tant’oltre la crudeltà da
costringerli perfino (e qui non aveano cuore di proseguire), costringerli
perfino a radere i capelli! e dati in uno scroscio di pianto, si trassero
il berretto di capo, mostrando la loro ignominia. A vista così
commovente non istette più saldo il cuore dell’arcivescovo,
dapprima assai mal disposto per loro e sentenziò in favore di essi
(10).
Così in un tempo in cui l’autorità secolare negligentava
ogni cura di governo, la giustizia si era rifugiata presso i ministri
dell’altare.
Da ciò scorgesi quale potere, anche civile, avessero i monaci in allora, il che comprendesi pure dal seguente avvenimento, registrato in una carta del 956, fatta pubblica dal Muratori.
Sebbene da Limonta si traessero i migliori vini della Vallassina, pure
su essi non godeano diritto di sorta i monaci di Sant’ Ambrogio.
Trovandosi un giorno del 956 l’abbate in una stanza coi suoi frati,
- Vedete mo, disse, che tempi son questi! gran caro di vino; i servi
di Limonta, nella paura d’essere sottoposti a nuovi obblighi, ricusano
portarcelo - Ed ecco mentre così discorre, a tempo, come
personaggi di scena, entrare alcuni Limontesi, che pregano l’abbate
a registrare i loro obblighi, e ad assicurarli per via di scrittura
della loro esenzione dal tributo del vino. L’abbate dovette
accondiscendere ai Limontesi, i quali, lieti della loro costituzione,
tornarono con giubilo in patria, mostrando al popolo serrato d’intorno
ad essi la scrittura, e fu gran festa per più giorni in quel paese
(11).
Dal che appare come avessero quei sudditi anche de’ diritti almeno
quanto al ricolto. lncoraggiati da queste concessioni i Limontesi misero
in campo nuovi pretesti per sottrarsi dall’obbligo di versare
al convento di Sant’Ambrogio le ulive raccolte, come soleano già
sotto gl’Imperatori. Perciò l’abate Pietro aperse
tribunale nella terra di Limonta, avendo dalla sua parte Ariprando,
diacono e vicedomino della Chiesa milanese, Leone, giudice del sacro palazzo,
Aginaldo, giudice della città di Milano, Wariberto da Campieriano,
Andrea, chierico di Biassonno, Bono ed Adelgiso, due vassalli dell’
Abbate. Dall’ altra parte si presentò una turba di contadini,
servi del monastero, e principali tra essi furono Giovanni il Chiaro,
Leone il Pipino, Giovanni il Peloso, Giovanni il Platone, Giovanni
il Rosso, Ursolo il Mazucco, Leone il Villico, Lupo il Bonello, Pietro
il Maiajede, Luvolo di Fiume, Domenico Baregama, Bonello il Vecchio, Luvolo
il Platone, Bonello Magnano
(12).
Come ciascuno ebbe esposte le sue ragioni furono esaminati i testimonii
ed alcuni uomini nobili, liberi, ed arimanni di Bellagio; e questi
con giuramento proferirono una sentenza favorevole agli abitanti di Limonta
(13).
Cinquantaquattro anni dopo, Goffredo il giovane, abbate del medesimo monastero, geloso de’ suoi privilegi e diritti, mosse una lite contro l’arcivescovo di Milano e l’abbate del monastero di Civate.
Per decidere la controversia fu spedito un certo Anselmo a tenere il tribunale
in Bellagio. Si radunarono dunque colà le parti contendenti, fra
cui Ariberto arcivescovo di Milano, Andrea abbate di Civate, e Goffredo
suddetto, cogli avvocati rispettivi. Goffredo tirò in campo
alcune pretensioni sopra certe alpi e montagne appartenenti alla
corte di Limonta e Civenna, tenute dall’abbate del monastero di
Civate, e dall’ arcivescovo. Ma ventilata la diferenza, fu deciso
che i diritti dell’abbate di Sant’Ambrogio erano incomprovabili,
e che perciò convenìa egli si ristesse da ogni dimanda.
Tanto ritroviamo in una carta stampata da Muratori, nella quale incontriamo
per la prima volta menzionato il monastero di Civate, a cui vien già
dato il nome di San Calocero
(14).
Ariberto da Intimiano quando fondò in Milano il monastero di San
Dionigi, lo dotò con alcune terre di Cucciago, Barzanò,
Verzago, con cinquanta servi ed uno spedale
(15),
e papa Eugenio III. nel 1148 donò allo stesso monastero Pescate,
Merate col suo castello, e la ròcca di Sabbioncello
(16).
Berengario re nel 920 regalò ai trentadue canonici di San
Giovanni di Monza la chiesa di Colciago, Castelmarte, Velate e le
tre corti di Bulciago, Cremella e Calpuno, acciò i detti canonici
le tenessero e ne facessero quell’uso che loro meglio piaceva; donazioni
confermate poi da Ottone III. nell’anno mille della salutare incarnazione
(17).
Ad accrescere i beni di questa reale basilica, Lotario III., del 1136,
le concesse le corti di Caslino e Locate, per adempire l’obbligo
che abbiamo d’ajutar “coloro, che nelle reali chiese, servendo
a Dio, devono essere nostri intercessori presso il re dei re…”
(18).
Nel 1150 e poi nel 1210 i consoli di Milano dichiararono sudditi della
basilica di. Monza gli abitanti di Centemero, nella Corte di Bulciago,
condannandoli a pagare ai canonici di Monza gli annui tributi
(19).
Allo stesso clero appartenevano, come giurisdizione temporale, molte pertiche
di terra situate a Missaglia, Luzzana, Galbisago, Vicarterio, Calpuno,
Casatevecchio, Bulciago, Cremella
(20),
Bèvera, Sozanore, e per ultimo due mila e più pertiche presso
Pusiano
(21).
Le prerogative concedute dagli imperiali diplomi ai canonici di Monza
si estendevano tanto da aver essi nei loro fondi i servi, le ancelle (o
serve), gli aldii o aldioni, e le aldiane, che erano persone di mezzo
fra serve e libere. Nel 1005 Adalberto, arciprete di Monza, permutò
con Aimo, giudice della città di Milano, un’ancella della
sua Corte di Bulciago, ricevendo in cambio alcuni tratti di terreno
nel luogo di Cauriano, oggi forse Capriano, in pieve d’Agliate
(22).
Gli arcipreti di Monza prevalendosi del diritto di subinfeudare, investirono
un Giovanni Decumano della chiesa milanese del monastero di Cremeila
(23);
l’arciprete Avvocato degli Avvocati ne investì il collegio
dei Decurioni; e nel 1162, a favore di Benedetto d’Asia, nunzio
imperiale di Federico I. fu fatta l’investitura delle terre
di Sirone, Sala, Turnago, Cassago, Monticello, Casirago, Massajola,
Sonno, Maresso, Tresella, Toriggia, Garlate
(24).
Questi arcipreti godevano pure il diritto di fare degli statuti pei loro
sudditi. Nell’archivio di Monza conservansi ancora quelli sulle
terre di Cremella, Calpuno, Bulciago, Opnino, Castelmarte
(25);
in un diploma del 1015 Enrico 11. di Germania concesse ad Alberico
vescovo di Como, la Corte di Barzanò (villa Barzanorum), che dapprima
apparteneva ai due fratelli Berengario ed Ugo. ne, figliuoli del conte
Sigifredo, che possedevano molti altri tenimenti nelle nostre terre
(26).
Sotto il 998 pubblicò il Muratori una pergamena, nella quale è registrato quanto dirò. Era scabrosa lite per alcune terre fra Luitfredo, vescovo di Tortona, e due consoli di comune chiamati Riccardo e Valdrada. Per finire la controversia, venuti a duello l’avvocato del vescovo e lo stesso Riccardo alla presenza dell’imperatore Ottone III. il prelato, che riuscì vincitore, fece delle terre acquistate due porzioni, cedendone una all’Imperatore, l’altra assegnandone a Ottone padre deI pontefice Gregorio V.
Fra le terre vendute troviamo la metà della corte, il castello,
la chiesa di San Giorgio, case, cappelle e servi di Cornate; metà
del castello chiamato Rocca; e gli abitanti e i fondi tanto di Cornate,
quanto di Val Sammovico, Mazzaruga, Villa Bulgaro, Colciago, Sebeate,
Pasezaro, Verderio, Bellussello, Salimpozzo, Trezzo, Concesa, Imbersago,
Busnago
(27).
Abbiamo discorso della giurisdizione laicale, che il capitolo e l’arciprete
di Monza ed altri ecclesiastici esercitavano su molti luoghi della
Brianza; ora aggiungeremo in breve quali fossero le loro giurisdizioni
spirituali sulle nostre terre. Enrico Il. di Germania, nel 1013 trovandosi
a Pavia, spedì un regio diploma al monastero di Sant’Ambrogio
di Como, in cui fra gli altri beni gli concede la pesca nelle vicinanze
di Mandello
(28).
Alessandro III. con una bolla diretta ai canonici della chiesa di
Monza, nel 1169, li rimette pienamente nel diritto ecclesiastico sulle
chiese di Santa Maria di Sirtori, di Sant’Eugenio in Concorezzo,
di Santa Maria e 5. Fedele in Velate; di S. Sicinio e del monastero di
5. Pietro in Cremella con tutti gli antichi diritti sovra di esso;
di San Giovanni in Bulciago; di San Giorgio in Colciago, di Santa
Maria in Sala presso Olginate e di 5. Giovanni in Castelmarte
(29).
Un altro rescritto imperiale di Lottano III., datato del 1136, rinnova
le concessioni già fatte da Berengario I., principalmente quanto
alla nomina delle monache di Cremella, e della consacrazione della badessa
del medesimo monastero
(30).
Ognuno di questi grandi signori suddivideva le terre, le case, i popoli, le selve ai vassalli, che prestavano in ricambio un censo e sorvegliavano ai cui. tori delle terre legati ad un’ ereditaria schiavitù, obbligati coi loro sudore a mantenere i grandi signori, a portare ad essi parte de’ loro frutti, delle biade che raccoglievano, del latte che mungevano dalle loro giovenche, delle uova, dei vitelli, del pollame, delle tele lavorate dalle loro donne.
Abbiam veduto da queste poche pagine che la storia civile e la religiosa sono in guisa tra loro congiunte che ne formano una sola; quindi parleremo di un uomo illustre nei maneggi ecclesiastici e politici. In Carcano, terra del pian d’Erba, era cresciuto Landolfo, giovinetto di pronto ingegno, valoroso di mano e voglioso di dignità. Assecondato ne’ suoi ambiziosi disegni da Bonizone, suo padre, durante la vacanza dell’arcivescovo di Milano, s’adoperò tanto presso l’Imperatore, che egli, ancor in fresca età, venne intruso come successore di Sant’Ambrogio, a malgrado di tutto il clero milanese; e ciò fu l’anno 979.
L’insolenza del padre e dei fratelli fece che il popolo ponesse addosso grand’odio al pastore; onde questi, vedendosi mal sicuro, fu costretto ad abbandonar la diocesi. Ma essendo sostenuto dalla nobiltà milanese e dai Martesani, per conservar il favore de’ quali, a chi benefici, a chi prebende ecclesiastiche prometteva, acquistò tanto potere, che si ardì ad aperta guerra col popolo milanese.
Questi accettato l’invito sfilò numeroso nella campagna del
Campo Carbonario (forse Carbonate presso Appiano), ed in un bel mattino
autunnale le due schiere nemiche vennero a sanguinosa mischia.
Già la vittoria stava dalla parte dell’arcivescovo,
allorché un subito accidente diede il crollo alle sue fortune.
Valorosamente combattendo per lui, era caduto un Tazzone, signore
di Mandello. N’ebbe immenso cordoglio un suo servo per nome
Mantegazza, a cui parve dovere il vendicare la morte del suo amato padrone.
E sapendo che Bonizone, padre dell’arcivescovo, prima origine della
guerra fatale per Tazzone, era obbligato al letto, il servo, sotto ombra
d’amicizia, introdottosi nella stanza dell’infermo, mentre
lo intratteneva con bei ragionamenti, gli piantò alla sprovvista
un pugnale nel cuore, e gli fece lasciare la vita
(31).
Vile azione perché è sempre vile il tradimento, ma fortunata nel suo esito, perocché l’arcivescovo, atterrito, piegò ad una pace per lui svantaggiosa. Non essendo però quegli da tollerare in quiete questa sciagura, pensò tosto a vendicare suo padre, od a riavere la sede usurpata. Che fece egli? Patteggiò segretamente con Ottone II. imperatore di Germania, e lo indusse a stringer d’assedio Milano.
Sarebbe stato questo un periodo funesto a quella città, se l’arcivescovo, che per sua colpa vedea scorrere il sangue del suo gregge, lacerato dai rimorsi e dai timori della seconda vita, non avesse scongiurato il medesimo Ottone a cessare dall’assedio e dalle ostilità.
Un bel fine copre talvolta di dimenticanza un tristo principio. E questo
fu il caso. Perocché il popolo di Milano, conscio che per interposizione
di Landolfo era stato tolto allo strazio di vedersi privo dei suoi cari,
dei mezzi di sussistenza e forse della patria, dimenticò che
l’autore di quell’assedio era stato Landolfo stesso;
e convertito tutto quanto l’odio in affetto, ad una voce lo richiamò
nella sede vescovile, dove morì compianto nel 998
(32).
Avea egli donato ampie ricchezze alla sua famiglia, per renderla con questo
feudo la più ricca di Brianza
(33).
Ma quel che fa più al nostro proposito, eresse
in Brianza due capitanati, l’uno di Carcano, cui diede al primogenito
suo fratello Reginaldo, l’altro di Pirovano e Missaglia, di
cui investì il secondo fratello Ubertino da Meregnano, e al
fratello Guicciardo diede la terra d’Incino
(34).
E sono questi i soli nostri capitanati, di cui conosciamo l’origine.
Altri esistevano in Trezzo, in Lomagna, in Besana, in Agliate, Mandello,
Carimate, Mariano, Asso, Civenna, ma ignoriamo come fossero istituiti
(35).
Delle cose religiose pochissimi monumenti. Il conte Giulini pubblicò
una carta dell’833, in cui il venerabile prete Deusdedit e suo fratello
Verullo assegnano i beni, che essi possiedono vicino a Monza per l’erezione
d’un ospedale di pellegrini presso Baragia nelle vicinanze di Vimercato,
ove i monaci di Sant’Ambrogio avevano un monastero col titolo de’
santi Cosmo e Damiano
(36).
Il sapere in codesto secolo era affatto perduto; ognuno si sarebbe quasi vergognato di coltivare lo spirito e l’ingegno in un tempo, in cui ogni merito stava nel maneggiare un cavallo, nel vibrare un colpo di spada e di lancia, nel reggere una pesante armatura. I più dei ricchi non sapendo scrivere il proprio nome sottosegnavano con una croce autenticata dalla firma del notajo. La lingua imbastardita dalla mistura di mille favelle, avea generato un mostruoso dialetto, un latino pieno di strani solecismi, in cui però travedi i primordi della lingua volgare.
Possono servire di prova i due seguenti passi tolti da carte spettanti a’ nostri paesi:
“Senodochium istum sit rectum, et gubernatum per Waribertus humilis diaconus de ordine sancte ecclesie nepoto meo, et filius bone memorie Ariberti de Besana diebus vite sue (903). - Coeret ci de duas partes tenente ursone, item de insola comense, de tercia parte terra sancti Victori de Masaglia, da quarta parte terra sancti Petri de Ciavade.” - Probabilmente il popolo parlava fino da codesto secolo un dialetto non molto distante da quello che parliamo oggidì, ma non ne abbiamo documento positivo.