CAPITOLO
LVII
UOMINI ILLUSTRI
RECENTI E CONTEMPORANEI.
Panni. - Reina. - Manzoni. - Sacchi. - Ticozzi. - Milani. - Corti.
- Sirtori. - Arcellazzi. - Greppi. - Marocco. - Lavelli-De-Capitani.
- Appiani. - Bellatti. - Tantardini. - Sala. Vescovi. Archinti.
- Nava. Castelnuovo. - Romanò. - Parrocchi. - Castelnuovo.
- Vanalli. - Mazza. - De-Capitani. - Carpani. - Cantù. -
Crippa. - Berretta. - Pozzoni. - De-Magri. - Brambilla. - Foglialni.
- Annoni. - Redaelli. Gerosa. Riva.
I progressi che lo spirito umano risentì in questi ultimi
tempi in ogni guisa di sapere fecero sì, che anche la nostra
Brianza poté annoverare nei soli cento anni, compresi in
quest’ultimo periodo, tanta varietà ed abbondanza d’uomini
in ogni maniera di scienze, lettere ed arti ammaestrati, da attestare
ad evidenza la potenza intellettuale della nostra patria. Noi cercheremo
di ricordarli tutti nel parlare di essi; quando però alcuno
notasse qualche mancanza, si compiaccia vederla collo sguardo dell’indulgenza,
pensando che in un lavoro di sì fatta natura è troppo
facile cosa, anche ai più laboriosi e pazienti indagatori,
il dare in qualche lieve ommissione. E per cominciare con un nome
più europeo che brianzuolo veniamo a parlare di Giuseppe
Parini. In una povera casetta di Bosisio, da onesto, ma pochissimo
agiato sensale di seta nasceva ai 23 di maggio 1729 Giuseppe Parini,
uno di quei nomi che noi opponiamo con orgoglio alle nazioni che
insultano al nostro sapere
(1).
Recatosi a Milano, fanciullo ancora, studiò nel ginnasio Arcimboldi e, contro le voglie paterne, attese con amore alla poesia, rispondendo alla missione cui sentivasi destinato. Suo padre lo volle prete, e il giovane ripugnante dovette esprimere quel voto, che legò per tutta la vita la libertà della sua risoluzione. Virgilio, Dante, Petrarca furono i suoi autori prediletti; da uno la grazia, dall’altro la sublimità, dal terzo la tenerezza apprese; e primo saggio de’ suoi studj furono alcune poesie stampate a Lugano nel 1752, che rimasero in appresso poco conosciute, non già per demerito proprio, ma pel grandissimo pregio delle opere successive. Dopo questo, con un intervallo di undici anni, tenne dietro il Mattino, cui due anni dopo successe il Mezzogiorno, e quindi il Vespro e la Notte, poema satirico che trasformò in vera poesia una materia strettamente prosaica. L’arroganza patrizia, l’effeminate eleganze, i leziosi costumi, lo scandaloso serventismo, la toeletta, l’adulazione, la tracotanza vi sono con fina e mordacissima ironia descritte, dipinte e messe in dileggio. A parlare convenientemente di quest’opera si richiederebbero confini più estesi che non sono gli assegnati dalla natura di questo libro, onde’ mi dispenso di presentarne un abozzo, che d’altronde riuscirebbe di soverchio, per essere l’opera istessa ignota a nessuno.
Né Parini fu del tutto senza premio. Il duca di Firmian lo nominò nel 1760 professore d’estetica nelle scuole Palatine, carica che egli tenne per 30 anni, nei quali condusse le menti alle pure fonti del bello ed alla meditazione de’ classici italiani e latini. Le sue Lezioni, nelle quali spiega i principi fondamentali e generali delle belle lettere applicate alle arti, per quanto degnissime d’essere studiate, non sono che una traccia di quel tanto, che poi spiegando estemporaneamente, accresceva e commentava a voce. Se non creatore, potentissimo almeno anche nella lirica, mirò sempre ad un utilissimo scopo, e se talvolta per evitare la soverchia mollezza introdotta da Frugoni ricade in una soverchia asprezza, non cessò mai di mostrare Castigatissimo gusto. Nella scelta dei temi si attenne del continuo al morale ed al civile; in essi trovò quel bello, che gli Italiani prima di lui avevano troppo a lungo trascurato. Noi non citeremo che alcuni passi a prova della nostra asserzione.
Il bisogno riduce al delitto, egli scrive, non si inveisca contro
il colpevole, ma si tolga il potente motore; movetevi o giudici
a pietà del bisogno che prega, imparate come si prevenga
il fallo senza le pene
(2).
Garzone addestra le membra per rinvigorire l’anima, adora
sommesso i decreti del cielo, a Dio innalza il primo altare nel
cuore, le lodevoli opere derivano dall’anima, mal giova il
sangue illustre ad animo evirato; il valore, le virtù si
acquistano non si trasmettono; chi ama la gloria stia pago alla
virtù; sii giusto, benefico, sottoponi gli affetti alla ragione;
fuggi l’ipocrisia, non negar pietà al debole cadente
che t’implora
(3).
Poeta! non prostrar l’anima per rialzare il corpo
(4).
Vecchio, la tua età, la tua canizie non potranno salvarti
da un palpito importuno d’amore all’aspetto d’una
lusinghiera beltà. Fa senno per non essere mostrato al popolo
come spettacolo di giovanili delirj
(5).
Ahi pera lo spietato
Genitor, che primiero
Tentò, di ferro armato,
L’esecrabile e fiero
Misfatto, onde si duole
La mutilata prole(6).
La Musa, saggia matrona, ama il pudore, orecchio placato, mente arguta, e cuore
gentile
(7).
Lascia o Silvia il vestire alla ghigliottina, nome tolto alle scellerate
scuri, ché un principio nocivo può rendere feroce
anche la mite donzella; serba il titolo di umana, di pudica
(8).
E’ pur dolce sugli anni più caldi sposare una vaga
giovinetta che ci ferì d’amore. La virtù guida
i casti amori alla tomba
(9).
Non lasciava di dar plauso alle poche virtù de’ suoi tempi; piangeva Sacchini, rapito alla canora arte, di cui aveva innalzato il decoro, avido di beare gli umani cuori di liberi diletti
(10).
Faceva plauso al Bicetti, che soccorrendo l’umanità,
tentava combattere la pietà violenta delle madri avverse
all’innesto
(11);
al magistrato Virtz, che vinto dal dolore degli infelici, diede
loro oro e pane
(12);
a Gian Carlo Passeroni che usava la poesia a far migliori i tempi
(13);
ad Alfieri, che sudava a cingere all’Italia quella unica corona
che ancora le mancava
(14);
a Camillo Gritti senatore in Venezia, che imparato dagli avi a camminare
sull’orme de’ migliori, represse gli audaci, serbò
intatta la giustizia, e col suo esempio fu ai posteri di modello
(15);
e più di tutto al cardinale Durini, che umile di cuore quanto
alto di dignità e di ingegno, era venuto più volte
visitando il povero tetto del poeta
(16);
bell’esempio da contrapporre ai tanti, di superbia, di neghittosità,
d’indolenza, di disutile far nulla. Le odi sue migliori sono
volgarmente reputate la Caduta, il Pericolo, l’inclita Nice,
l’Educazione, quella in monte del maestro Sacchini, la Gratitudine
e più di tutte, per la santità del fine, quella a
Silvia. I suoi pochi sonetti riparano in parte il guasto derivato
dal diluvio di questi piccoli componimenti, che dilagò per
tanti secoli tutta l’Italia, e tra essi primeggiano quello
a sè stesso e l’altro a Vittorio Alfieri.
Fu Parini nel 1776 unito alla Società Patriottica, ma incombenzato da essa di scrivere l’elogio di Maria Teresa non potè acconsentirvi per motivi di salute, e si ritirò a Malgrate nella casa di Candido Agudio suo amicissimo dove conveniva col suo biografo avvocato Francesco Reina, e dove avea già dettato gran parte del suo poemetto. Una soverchia severità di giudizio facea che Parini non rimanesse mai contento di quei carmi, che tutta Italia ammirava; e si augurava di ringiovinire, perché, conosciute alfine le fonti del bello, potesse compor cose non indegne del nome italiano. Non mancarono anche al Parini, come a tutti i grandi, operosi nemici; i quali colsero della morte del conte di Firmian per accusare il poeta di cittadino rivoltoso come quegli che, dicevano, per sinistre intenzioni si era rifiutato di scrivere l’elogio dell’Imperatrice, e così lo posero nel pericolo di perdere la sua cattedra. Ma cambiato il governo fu aggiunto alla congregazione municipale di Milano, come uno de’ più ardenti parteggiatori delle nuove opinioni.
E difatti Parini al primo intendere i moti della rivoluzione francese trasse la sua attenzione interamente alle cose politiche, concependo speranze di pubblica felicità, che furono poi tradite! Propagata la rivolta anche fra noi Parini venne, come dicemmo, ascritto al magistrato municipale, ma volle subitamente staccarsene, quando vide le corrotte intenzioni di coloro, che volevano predicare la libertà colla violenza, la cercavano nelle più sconce laidezze e l’usavano a privato comodo, non a pubblico vantaggio; e fece distribuire ai poveri l’intero stipendio che ne aveva ritratto. Tornarono gli Austriaci nel 1799, ma trovarono il nostro poeta vecchio, cogli occhi per sempre appannati da una cataratta, indebolito di corpo, sebbene d’animo vigoroso, e già vicinissimo alla sua fine. Difatti ai 15 agosto di questo stesso 99 fra il compianto de’ buoni nel suo settantesimo anno morì e fu recato nel sepolcro fuori di Porta Comasina, ove il suo amico Calimero Cattaneo gli pose questa lapide, unico monumento che attesta il luogo del suo ultimo riposo.
JOSEPH PARINI POETA
HIC QUIESCIT
INGENUA PROBITATE
EXQUISITO JUDICIO
POTENTI ELOQTJIO CLARUS
LITTERAS ET BONAS ARTES
PUBLICE DOCUIT AN XXX
VIXIT AN LXX
PLENOS EXISTIMATIONIS ET GRATIAE
OB - A . MDCCXCIX(17);
Parini fu d’indole severa, scarso nella lode, avversissimo all’adulazione.
Nelle sue odi torna volontieri e di frequente a parlare di sè, de’suoi
generosi concetti e più vivamente nel Pericolo, nell’Impostura, e
nell’ode all’Inclita Nice. Obbligato dalle vicende della vita a rimanere
lontano dalla diletta Brianza non cessava di quando in quando di rivederla e di
presenza e più di tutto sulle agili penne della fantasia, e ne lodava…
“l’etere vivace che urta sè stesso e scende nel polmon capace, e la beata gente che di fatiche onusta è vegeta e robusta, e i villan vispi e sciolti sparsi per li ricolti, e i membri non mai stanchi dietro il crescente pane, e i fianchi baldanzosi e il bel volto giocondo delle ardite villane; le belle colline, il bel lago, le villanelle, A cui sì vivo e schietto Aere ondeggiar fa il petto.
E desiderava passare gli ultimi anni nel suo terreno natio, beato fra la… “rustica famiglia, suonando sempre con un viso la cetra, alzando supplici inni perché i turbini si voleano lontani, né i suoi campi siano calpestati dall’inimico destriero”.
E te villan sollecito
Che per nuov’orma il tralcio
Saprai guidar, frenandolo
Col pieghevole salcio;
E te che steril parte
Del tuo terren, di più
Render farai con arte
Che ignota al padre fu;
Te coi miei carmi ai posteri
Farò passar felice,
Di te parlar più secoli
S’udirà la pendice,
E sotto l’alte piante
Vedransi a riverir
Le quete ossa compiante
i posteri venir.
Ma la sua natia Brianza non serba di lui che il monumento erettogli dall’amico
avvocato Rocco Marliani nella sua villa Amalia di Erba, nei cui giardino vedi
il busto del gran poeta, squisito lavoro di Franchi e sotto esso incisi i versi
con cui il Parini chiudeva la sì lodata ode all’
incita Nice:
Tu ferma il passo e attonito Udrai del gran cantore
Le commosse reliquie
Sotto la terra argute sibilar.
Il nome di Giuseppe Parini chiama dietro a sè quello del suo amico e protettore
Francesco Reina. A Malgrate, terricciuola che risponde di fronte a Lecco, l’anno
1772. di nostra salute era egli nato da ricchi commercianti, che gli procurarono
perfetta educazione. Acceso degli onori tributati al Beccaria, al Verri ed al
Parini sentì risvegliarsi in cuore il desiderio d’emularli, dandosi
poi interamente agli studj. Sacrificò 300000 franchi a raccogliere una
copiosa e superba biblioteca il cui uso ebbe comune cogli amici e colle persone
che ne erano bisognose. La sua casa era luogo di riunione di quanti dotti abbellivano
a quei tempi Milano e gli stranieri fra le belle cose di questa città ricercavano
la biblioteca Reina. Quando Parini abbandonò questa vita per una migliore,
Reina ne unì tutte le opere in sei volumi e le diede fuori precedute da
una sua vita, scritta con molta dottrina, facilità e conoscenza di quel
bello che l’autore del Giorno aveva saputo mettere in uso…
In quel sublime suo ridevol canto
(18).
Accoppiando in sè le austere scienze coll’ amene lettere si volse di proposito alla storia, meditò i grossi volumi di Muratori e di Denina e poi scrisse elogi eruditi di questi due e di altri autori. Se tu ne chiedi nuova dell’arte in cui si era fatto licenziare, sappi che versatissimo nella Giurisprudenza, e specialmente nel Diritto Criminale sosteneva all’improvviso tesi disagevoli da sciogliere, e pronunciava francamente e rettamente su quello che gli altri avevano inutilmente esaminato. Intorno alle altre qualità di questo illustre letterato giovi sentire Melchiorre Gioja che ne scrisse un articolo necrologico.
“Le belle qualità del suo animo superavano quelle del suo intelletto. Uomo d’ aurei costumi d’antica bontà, convinto che la virtù non sia una parola, possedeva in sommo grado il pregio de veri dotti, la modestia. Per formarsi un’opinione professarla, egli non consultò mai né il timore, né la speranza, né le viste personali; il suo motto abituale era verità e giustizia. Nelle vicende politiche che travagliarono l’Italia egli non brigò ne cariche, né onori; persuaso che ciascuno debba servire lo Stato in ragione delle sue forze, egli rendette de’servigj, ma invece di chiedere ricompense fu soddisfatto di meritarle. Quelli che lo conobbero personalmente possono attestare la gentilezza delle sue maniere, l’amenità del suo conversare, il candore del suo carattere “.
Ebbe gracilissima salute, ruinata maggiormente da sventure e da assidua applicazione, per cui fra il pianto degli amici e della famiglia che lo circondava cessò di vivere ai 12 novembre 1826 in Caneto sul Mantovano, nella virile età di 54 anni d’una lenta flogosi al fegato che avea già minacciato di toglierlo di vita fino dal 1807. Ed ecco poi tra l’onorata schiera di coloro Che spenti al mondo ancor son norma e luce farsi innanzi Francesca Manzoni, illustre poetessa, nata a Barsio montuoso casale della Valsassina, il 10 marzo 1710 da Cesare Alfonso notajo, autore d’una dissertazione latina, in cui difese le ragioni territoriali della sua valle contro il comune di Lecco…
Responsum terrarum squadrae Consilii Vallisaxinae.
Milano 1728. La Francesca diede segno di pronto ingegno fino dalla età più tenera; a dodici anni già aveva acquistata qualche dimestichezza coi classici scrittori, e sapeva scrivere più che non possa la comune de’fanciulli in quell’età. Con questa perspicacia di ingegno, ajutata da una prodigiosa memoria, in breve tempo si istruì nelle lingue francese, spagnuola, e quel che vale assai più nella greca, nella geometria e nella giurisprudenza. Ma la poesia, anima della gioventù, cominciò a signoreggiare il cuore della giovinetta, e degni frutti de’ suoi studj furono due drammi per musica, composti a vent’anni, e la tragedia l’Ester non indegna di essere annoverata fra i buoni nostri componimenti drammatici, anche dopo le tragedie dell’ Astigiano. Perduta la madre, si ritirò Francesca nel monastero di Santa Lucia in Milano, donde poi uscì sposa a Luigi Giusti veneziano (1741), uomo non digiuno di più maniere di letteratura, scrittore anch’esso. Questo nuovo stato di vita fu per lei delizioso, dividendo il suo soggiorno fra la popolosa Milano, il paterno Barsio, e la villetta di Cereda presso Lecco, dove morì nella florida età di 33 anni (1743) in conseguenza d’un parto laborioso, e fu deposta accanto a suo padre nella parrocchia di San Giovanni alla Castagna. Le doti dell’ ingegno non erano disgiunte da quelle del cuore, umiltà, amore de’suoi simili, quella sicurezza nella fede che è il primo ornamento del cristiano e il primo sollievo dei mali terreni. Per non uscire nè dalla Valsassina, né da Barsio, parleremo ora di Giovenale Sacchi, compatriotto della Manzoni, e nato ai 22 novembre 1726 dal notajo Giuseppe Agostino e da Maddalena Stampa. Il Giovenale dopo gli studj comuni ai più de’ giovinetti nati in discreta fortuna si fece barnabita a Milano e andò professore di rettorica a Lodi, ove salì in breve a fama d’uomo eloquente e pensatore. Ma per una di quelle tendenze, che comprovano come in noi siano delle naturali disposizioni ricevute e non acquistate, sentì una viva propensione allo studio teoretico della musica e soprattutto sacra, bisognosa a’ suoi tempi d’una generale riforma, perchè assai lontana dalla sublimità a cui la sollevò in quest’ultimi anni l’ingegno di Mayer, e dall’espressione che le seppe trasfondere il genio di Bellini. Allora una musica fatta per l’orecchie e non pel cuore, leggiera, caricata e fronzuta. E perché i precetti non fossero senza applicazione compose il Giuseppe venduto coi cori del padre Martini, melodramma che rispose alle aspettazioni e del maestro e della turba che era accorsa per assistere alla rappresentazione. Da Lodi passato professore d’eloquenza nel collegio dei nobili a Milano pubblicò, d’intervallo in intervallo, le dissertazioni Del numero e delle misure delle corde musiche e loro corrispondenze 1761. Della divisione del tempo nella musica, del ballo e nella poesia 1770, seguita poi da due lettere, una al professore Sebastiano Canterzani, un’altra in risposta al chiarissimo signor Giuseppe Tartini, che aveva accusato come nocive le scoperte del nostro Valsassinese; l’opera Della natura e perfezione dell’antica musica de’Greci e dell’utilità che ci potremmo noi promettere dalla nostra, applicandola, secondo il loro esempio, all’educazione de’ giovani 1778 l’altra Delle quinte successive nel contrappunto e delle regole degli accom. pagnamenti 1778, destinate a produrre la riforma musicale, che si era ripromessa. Né qui stava tutto il sapere del Sacchi, poiché versato nelle lingue orientali propose un’emenda nel modo di leggere l’ebraico, pubblicando la dissertazione: Dell’antica lezione degli Ebrei e dell’origine dei punti 1776. Tutti questi lavori, e più altri di minor mole ma non di merito minore, uniti alle gravose incombenze della cattedra, che occupò per quarant’anni nel già detto collegio de’nobili, attestano in lui una grandezza e prontezza d’ingegno singolare, soccorsa da una rettitudine e delicatezza di sentire, tanto più mirabile in quanto debolissima fu sempre la sua salute. Formò con buoni precetti buoni predicatori quali sono, a non dirne che pochi, il De-Rossi, i fratelli De-Vecchi, il Volpini e il Quadrupani. Ebbe gli applausi delle accademie e de’ grandi, ma quel che più onora il suo ingegno, amicizia col Verri, con Giulini, con monsignor Fabroni, con Zanotti, Mattei, Paolo Frisi, il padre Martini, Gerbert, Genovesi e Boscovich e di quanto altro senno fioriva in Italia a quei tempi. Il finitissimo scultore Giuseppe Franchi gli fece in marmo un busto, ricevendo in ricambio dal Sacchi un pubblico ringraziamento in una latina elegia, il qual busto fu messo ad adornare il monumento che venne eretto al Sacchi nella galleria degli illustri letterati dell’istituto bolognese, di cui diede il disegno il Franchi medesimo. Uomo d’incorruttissimi costumi salì a godere il premio che avanza ogni desiderio, il 27 settembre 1789 dopo una lunga e penosa infermità, lasciando quaggiù nome d’uomo d’ingegno e quel, che importa maggiormente, di cuore e di religione. Suo parente fu Battista Sacchi, capitano d’artigleria e professore di matematica nelle scuole militari di Modena sotto il cessato governo, che fece le Dimostrazioni in problemi di geometria di Lorenzo Mascheroni. Era nato a Barsio nel 1775 da Alessandro ed Anna Cassola e morì a Como nel 1819 nido della sua virilità. Ebbe a fratello Giacomo Sacchi medico e chirurgo nato nel 1769, autore dell’opera Elementa Medicinae 1792, e dell’altra In theoriae Brunonianae animadvernioses 1793, che morì in patria, vittima del suo zelo durante il contagio de’petecchi 1817, che menò tanta strage nel casale di Barsio. Stefano Ticozzi, è un bel nome che speravamo di collocare fra gli illustri viventi, quando una repentina morte lo tolse alle lettere, alla famiglia, agli amici il 3 ottobre 1836. Nato a Pasturo, il 30 gennajo 1762, dal dottor fisico Ambrogio e da Giovanna Fondra, vestì l’abito clericale, fu laureato in teologia nell’università pavese, e subito eletto curato di San Giovanni della Castagna, terricciuola poco discosta da Lecco, dove attese con zelo alle onorevoli incombenze del suo ministero. Ma al venir delle opinioni repubblicane, sorse a speranze, a desiderj, a fanatismi; fu de’ primi a gridare gli evviva alla Francia, onde nel 1796 venne nominato segretario della municipalità di Lecco, senza che cessasse però dalle sue ecclesiastiche incombenze. Cambiate le cose, nell’ ultimo anno del secolo scorso, inteso come si era decretato il suo arresto, si pose in salvo con una fuga repentina in Francia, donde tornò col tornare fra noi delle armi repubblicane, e svestito l’abito sacerdotale fu mandato commissario in Lunigiana, Garfagnana, e poscia vice-segretario a Massa e Carrara. Fu qui che prese dimestichezza col poeta Labindo Fantoni, e che animato dall’accademia di scultura, acquistò quelle molte cognizioni del bello, segnatamente in oggetti di arti, di cui diede tante prove ne’ suoi svariatissimi lavori. E di questo sapere sono un bel testimonio le vite dei pittori Vecellj e quella del Morino da Feltre ch’egli scrisse a Belluno, dove era stato trasferito come segretario della Prefettura, e dove rimase fino al cadere del governo cessato, epoca del suo ritorno a Milano. Durante questo periodo il curato Ticozzi prevalendosi della libertà, che concedeva la repubblica francese, aveva menata moglie ed avuti due figliuoli, una ragazza che diede qualche saggio di letteraria abilità, ed un figlio che promette di riuscire buon dipintore. Da quel suo ritorno in Milano non ebbe mai più un istante, che fosse scompagnato della miseria; ridotto a sudare un tozzo di pane, tutto il dì lavorava a traduzioni d’opere voluminose fra cui la Storia delle repubbliche Italiane di Sismondi, e la Storia della Spagnuola inquisizione del Lorente che continuò fino alla totale abolizione del sant’Ufficio 1820. Le opinioni mostrate continuamente dal Ticozzi si vennero maggiormente confermando dalla natura delle opere volgarizzate, onde vedendosi mal sicuro, per sottrarsi ad ogni sorveglianza, stimò migliore abbandonare la Lombardia, e ritirarsi in Toscana colla famiglia, dove campò la vita traducendo e scrivendo assai cose di variatissimo argomento, accrescendo intanto i materiali già raccolti a Massa e Belluno per la compilazione d’un Dizionario degli architetti, pittori e intagliatori in rame che pubblicò poi a Milano nel 1830. Passati quei primi timori e tornato nella capitale della Lombardia, 1823, scrisse varie opere, fra cui la continuazione dei Secoli della letteratura italiana, tradusse, compendiò, compose varj articoli di belle arti, la traduzione della Storia della pittura di Huard, e finalmente la continuazione della Storia di Milano del conte Pietro Verri, opera ultimata tre giorni prima della sua morte. Chi volesse lodare esattezza e precisione in queste opere farebbe un’offesa alla verità, ma sarebbe oltraggio al merito del Ticozzi il non riconoscervi una mente vasta ed educata. Affezionato ad alcune antiche abitudini, fu assai intollerante d’ogni novità letteraria, ma non per questo sprezzatore del vero ingegno moderno. Bisognoso della libertà dei campi, abbandonava la città il due settembre ritirandosi da suo nipote a Castello; ivi udiva la morte d’una sorella ed otto giorni dopo anch’egli, onorato di decente esequie, usciva dalla casa dell’avvocato Ticozzi per essere portato a riposare per sempre fra gli estinti. Io, legato in conoscenza con lui, giungeva appunto a Castello in quell’ora che mi si affacciò inaspettatamente il convoglio ove dormivano le fredde reliquie di Stefano Ticozzi. Fu uomo d’indole gioviale, povero al sommo ma incapace d’ogni avvilimento, misero nelle esterne apparenze, ma ricco nelle maniere, nelle cortesie, nelle affezioni; di statura più presto piccola, che mezzana; di viso aperto e sempre eguale, affettuoso marito e tenero padre compartiva colla moglie e coi figli ogni giorno i pochi provecci delle sue continuate fatiche. Fratello suo era Cesare Francesco Ticozzi, nato a Pasturo il 10 maggio 1760, che fermo contro le istigazioni dei genitori i quali lo volevano prete, portossi all’università di Pavia, dove s’addottorò in entrambe le leggi e fu nel 2 aprile 1782, ascritto fra i notari causidici collegiati di Milano. Nel 1786 collocatosi in matrimonio con Margherita Arrigoni di Castello trasferì la sua dimora in San Giovanni alla Castagna, ove era parroco il fratello Stefano ed ivi esercitò avvocatura e notariato. Nel 1796, adottati i principj delle entranti truppe francesi, stabilitosi in Lecco capo luogo del dipartimento della Montagna, ottenne d’essere nominato fra gli amministratori del dipartimento, e, dopo che questo fu incorporato al dipartimento del Serio, Ticozzi venne eletto commissario del potere esecutivo in Bergamo, carica che sostenne fino al ritorno degli Austriaci. Allora anch’egli, correndo la sorte degli altri ardenti giacobini, fu arrestato in Bergamo, tradotto nelle carceri di Lecco, Mandello e Milano con altri 32 imputati, poi mandato alle Bocche di Cattaro e rinchiuso in quella fortezza, d’onde non credo uscisse che dopo il trattato di Luneville, dopo 27 mesi di detenzione. Appena di ritorno fu di nuovo nominato commissario di governo in Bergamo, carica tenuta finchè al 10 giugno 1802, gli fu conferita la presidenza del tribunale criminale in questa stessa città. Mutata poi la toga, il 16 novembre dello stesso anno, fu nominato professore di diritto civile nel liceo della Misericordia in Bergamo, ma pochi giorni dopo, 23 successivo dicembre, eletto capo della terza divisione del ministero dell’Interno, ebbe dal 2 settembre 1805 al luglio 1807, la carica di segretario generale, ed in appresso di prefetto del dipartimento dell’Adda (Sondrio), e nell’ottobre 1809 traslocato alla prefettura dell’alto Po (Cremona) vi restò fino al febbrajo 1816, in cui venne eletto regio delegato di Cremona. Toltosi quindi dai pubblici impieghi continuò ad esercitare l’avvocatura in Milano finché stanco dai rumori di quella capitale si ritirò a Castello sopra Lecco, dove alternando gli ameni e filosofici studj cogli affari forensi, morì colpito di apoplessia il 19 maggio 1821. L’imperatore Napoleone, fondando l’italiano ordine della Corona Ferrea, lo aveva nominato cavaliere, poi con decreto 7 gennajo 1811 Barone del regno d’Italia. Era dolce, affabile, allo scherzo inclinato, religioso, e nelle sventure d’animo superiore; buon marito ed ottimo padre; conosceva a fondo le leggi e molto più le scienze economiche, non tralasciando, quando l’ estro 1’ inspirava, di comporre nei metri d’Orazio versi e latini e italiani. Morendo lasciava scritti al figlio Cajo Gracco alcuni ricordi fra cui non passi inosservato il seguente.
“Non ho mai mancato all’ubbidienza, al rispetto e all’attaccamento dovuto al governo sotto cui vissi privato; ho agito con buona fede, con zelo, ma con moderazione nello stesso tempo, sotto quello in cui mi trovai messo senza alcuna mia ricerca in pubblici impieghi “.
Milani Domenico fu uomo di poca fama e di moltissimo merito. Nacque a Cassano d’Adda terra milanese nel 1741 da onestissimi genitori, e giovinetto ancora palesò desiderio della vita ecclesiastica. Filosofia e teologia non furono per lui nomi senza soggetto, ma negli studj di esse s’approfondò di guisa, che divenne uno de’ primi ornamenti del seminario cremonese. Rimpatriato, quando fu sacerdote, si volse intieramente agli studj delle storie, non come molti altri per iscordare oggi quanto appresero jeri, ma per trarne argomento di utili considerazioni. E perché il suo sapere non morisse con lui, dettò un grosso volume intitolato: Annali della parrocchia e borgo di Cassano, ove discorre delle vicende di questo considerevole paese, dalle sue prime memorie fino al 1821, opera che, in parte modificata, in parte compendiata e purgata delle poche notizie inutili che vi sono, potrebbe uscire alla luce, certo che porterebbe anch’essa la sua lapide per l’erezione del monumento della storia italiana. Ivi gran fedeltà di cronologia, molta chiarezza di ordine; e sebbene l’autore abbia quasi sempre riportati quali sono i brani degli storici milanesi e italiani che narrano le vicende da lui raccolte, pure non cessa d’essere benemerito della letteratura e della patria. Alla quale patria volle poi rendersi maggiormente utile con opere di cristiana pietà; fu amministratore de’luoghi pii; indusse Anastasio Zeppatoni, orefice milanese, che villeggiava a Cassano, a fondare l’ospitale che attualmente esiste in questa terra. Nella vita privata fu il primo esecutore della legge predicata dal pergamo, largheggiò coi poveri, istruì l’ignoranza, e fu il consolatore de’misteri carcerati. Tante virtù pubbliche e private gli meritarono il compianto de’poverelli e di tutti i suoi compatriotti quando morì nel 1824 in età di 83 anni.
Fra i lavori storici del Milani non vogliono tacersi le erudite annotazioni all’opera d’Enrico…
San-clementi Series critico-chronologica Episcoporum Cremonensiurn sub auspiciis praestantissimi Antistitis Homoboni 0ffredi ex authenticis monumentis aucta et emendata.
Paolo Antonio Sirtori. Vi sono degli uomini che pongono il principale loro studio nel celare il proprio sapere, e che formano un vivo contrasto con coloro che poco o nulla sanno ed ostentano grande apparenza. Fra’primi è certamente il valentissimo Paolo Antonio Sirtori, nativo di Sirtori, paesello della Brianza, che consumò gran parte della sua
lunga vita nella meditazione di storie, di croniche, di documenti originali, di lapidi e di monete. In gioventù s’applicò di proposito alle matematiche e lasciò molte memorie intorno ad esse. Ma il lavoro che dà maggiormente corpo alle lodi che gli tributiamo sono 15 grossi volumi manoscritti di storia e principalmente di storia di Brianza, che egli legò come patrimonio di casa, senza brama che fosse posto in luce, al suo figliuolo avvocato Pietro Alessandro, da pochi anni defunto, che li cedette al signor dottore Redaelli perché se ne servisse alla compilazione delle sue Notizie sulla Brianza. Da quel momento divenne patrimonio d’un solo quell’opera che avrebbe dovuto essere deposta in una biblioteca a vantaggio di tutti. Scrisse anche cinque grossi volumi in foglio, manoscritti pur essi, intitolati Raccolte genealogiche, ed uno sull’origine delle famiglie, ove mostra di non ignorare alcuno storico, annalista o cronista che ragionò di questa materia. Morì nel 1786 di 72 anni, lasciando alla sua famiglia un retaggio di virtù, ed un bel modello da imitare.
Né fra i nostri uomini illustri vogliamo ommettere Stefano
Arcellazzi di Canzo, nato l’anno 1768 da genitori di onesta
fortuna. Laureato in legge fu giudice a Lecco, a Modena ed a Casal
Maggiore sotto il cessato governo, finalmente sotto il presente,
consigliere pretore di Varese. L’esperienza di tanti anni
di impieghi gli aveva data una profonda conoscenza del sistema della
legislazione, onde credette utile cosa comunicare agli altri le
sue osservazioni in questo genere, pubblicando i Commenti al codice
penale, che furono accolti con favore. Le sue Lettere al figlio
Celestino sono una serie di precetti morali ignoti a nessuno, descrizioni
senza scopo. Assai maggiore invece è l’ utile ed il
prezzo dell’altra opera sua l’Arte d’educare e
di ammaestrare i cavalli, ove appare con quanta cognizione e quanto
amore si intrattenesse della cura di questo nobilissimo animale.
Se non frutti maturi, almeno vicini alla maturanza, dava Pietro
Marocco di Trezzo, nato nel 1827, quando la morte l’involò
alla moglie, ai figli, alla patria, ai cari studj nel giugno 1834,
in età di 27 anni. Infermiccio nell’adolescenza si
rimise alquanto durante la dimora nel collegio di Desenzano ove
entrò da’ 7 anni; e rimase fino al compiuto corso ginnasiale.
Uscito pieno d’amore per le latine venustà e per le
classiche bellezze italiane si consacrò interamente agli
studj letterari, che non intermise né durante gli studj filosofici
fatti a Milano, né i legali sostenuti nell’università
di Padova, dove stampò le sue prime poesie per occasione
di nozze, di lauree e di morti, che trovarono però la sorte
comune ai più degli argomenti di questo genere. Maggior vantaggio
e studio è nella sua Poetica d’Orazio volgarizzata
1828, che sebbene non priva di fedeltà, unità ed eleganza,
fu una nuova prova a confermare la generale sentenza che il sommo
lirico latino non tollera di apparire in veste straniera. Non molto
merito è nella Clarice Visconti romanzo in prosa, e nella
Beatrice Tenda, novella in versi, ma l’uno e l’altro
rivelano un’attitudine non comune. Innamorato delle esclusive
bellezze del trecento, si fece scolaro del Cesari e diede prova
della sua maniera di scrivere assai più purgata che naturale
nel Volgarizzamento del libro de’ costumi e degli offizj dei
nobili sopra il giuoco degli scacchi di frate Jacopo da Cesole,
e la continuazione del Volgarizzamento delle Epistole di Cicerone
rimasto imperfetto per la morte d’Antonio Cesari. Tornato
nel 1832 da un viaggio per l’Italia menò moglie, ebbe
due figliuoletti, gustò le dolcezze della domestica convivenza,
divise le cure tra le amenità degli studj e il dolce regime
d’una famigliuola, s’instruì nel greco, nel tedesco
e nell’inglese idioma; scrisse tragedie, commedie, novelle,
un poema in quattro canti sulla morte, cinquanta favole poetiche,
alcuni dialoghi e sermoni; avea cominciato un poema Milano riedificato;
moltissime note sul Dizionario della Crusca, e molti discorsi morali.
Dalmazio Lavelli De-Capitani nato a Brivio e morto a Milano dettò
alcune opere di cronometria nel 1836. Carlo Antonio De-Capitani,
parroco di Viganò, fu buon agronomo, e nel 1815 pubblicò
tre volumi Sull’ agricoltura particolarmente dei paesi di
collina. - Discorso teoretico-pratico ad uso dei possidenti, dei
fittajuoli e dei contadini. Non sedotto dallo splendore de’
nomi si oppone all’opinioni degli uomini più celebri
quando abbia argomenti contrarj ad essi. Nel modo di far nascere
i bachi, mostra ai Brianzuoli le sconvenienze di far uso delle stufe,
sconvenienze che poi dimostrò più largamente nelle
sue Osservazioni sulla malattia dei bachi da seta, chiamata il segno
o calcinaccio. Il suo linguaggio è semplice, le sue idee
popolari, né doveva altrimenti chi bramava tornar vantaggioso
alla classe più ignorante della popolazione. Morì
ai 7 settembre 1819 in età di 49 anni. La storia letteraria
de’nostri paesi non vuol perdere affatto ogni suo diritto
sopra Giovanni Greppi, che sebbene nato a Bologna nel 1753 pure
derivò da famiglia originaria di Limonta sui lago di Lecco,
d’onde partì suo padre per fermarsi in quella città.
Scrisse moltissime commedie seguendo da prima l’esempio dell’Albergati,
dippoi allargandosi nell’invenzione. Fra queste le tre Terese
sortirono l’effetto che le due Pamele di Goldoni, e certamente
erano meritevoli di questo favore. Morì nel 1827. Né
vuol essere dimenticato Ilario Corti di Galbiate che preposto agli
archivj di Milano, palesò un tale ingegno ordinato, che fu
da Maria Teresa chiamato a regolare l’archivio della cancelleria
di Vienna, 1767, e soddisfece sì bene alla sua incombenza,
che fu dalla sovrana nominato segretario del governo milanese. Nel
1780 passò in qualità di prefetto dell’archivio
di Porta Giovia, ove ebbe l’opportunità di mostrare
tutta la sua pazienza con un’utilissima classificazione dei
moltissimi documenti. Morì in quella carica l’anno
1786, lasciando 209 anche a testimonio de’ suoi studj molte
opere manoscritte di economia
(19).
Ora veniamo alla classe degli artisti di cui non fu mai penuria fra i compatriotti di Marco d’Oggiono. Sebbene Andrea Appiani nascesse a Milano, pure patria sua e de’ suoi avi fu Bosisio, il piccolo villaggio natio di Giuseppe Parini. I primi esperimenti che mostrarono l’ingegno suo furono alcuni ritratti naturalissimi ed alcuni quadri storici, che se non riuscirono opera in ogni parte perfetta, furono preludj della vicina eccellenza che cominciò a comparire nella Santa Elisabetta fatta in età di circa 30 anni, per la parrocchiale di Gambolò, e nell’Alcide al Bivio per commissione privata. Né solo chiarivasi eccellente sulle tele, ma i freschi da lui eseguiti nella villa di Monza, nei due archi murati della chiesa di San Celso, e quelli della real corte vicereale di Milano, lo mostrano assai perfetto, quasi non avesse ad altro genere che a questo applicato. Ma per dire quello che ci appartiene di proposito, tacendo i moltissimi lavori che egli fece per chiese, privati, e commissioni di principi, nominerò le due tavolette sull’altare a mano sinistra entrando nella chiesa di Montevecchia, i freschi nella Villa Amalia di Erba, e il quadro nella parrocchiale di Oggiono, rappresentante San Giuseppe, lavori tutti giovanili, ma di squisita bellezza. Quest’uomo morì prima alle arti che alla società; colpito da un’apoplessia pendette l’uso del braccio destro e il libero esercizio della mente; trascinò una vita meschina daI 1813 al decembre 1817 nel quale gli ammiratori delle arti lo accompagnarono all’estremo riposo depositandolo nel Foppone di San Gregorio di Milano. Più umile di fama e di merito fu Giuseppe Appiani nato a Vaprio nel 1740. Non ancora uscito da fanciullo fu dai parenti mandato a Monza, ove studiò umane lettere ed elementi di pittura sotto Giovanni Maria Gariboldi, uomo di poca levatura. Desideroso l’Appiani d’un miglior precettore, recatosi a Milano si aggiunse alle scuole del De-Giorgi e poi del Traballesi; ma non avendo molta attitudine all’invenzione, prepose l’umile ma più sicura arte di ristaurare i quadri altrui, continuando in questa fino alla morte avvenuta nel 1812. Nella famiglia Bellatti antichissima in Valsassina, nacque Giovanni a Premana il 15 marzo 1745 da Carlo Giuseppe e da Giovanni Massari. Dando fino da giovinissimo segni di attitudine ai disegno fu mandato a Milano per studiare questa bell’arte nella recente accademia di Brera. Né le speranze de’ genitori fallirono, giacché il Valsassinese, fatti rapidi progressi, meritò nel 1768 d’essere mandato, a spese dell’erario, a proseguire nella pittura a Roma. Ma come vi hanno degl’ingegni, che fioriscono e giungono a maturità nello stesso tempo, ciò avvenne del Bellatti che tornò da Roma, dopo 17 anni che vi era dimorato 1785, pochissimo migliore di quel che era partito. Non per questo cessò d’essere fra i più accurati dipintori de’ suoi tempi. S’esercitò di proposito nell’eseguire ritratti, ma non lasciò però di condurre anche quadri di grandi dimensioni, come è quello di San Martino nella chiesa di Perledo, ed il Crocifisso nella chiesa di Taceno, lavori generalmente encomiati. Morì in patria ai 12 giugno 1808. Fra i buoni plasticatori del secolo scorso meritò nome Carl’Antonio Tantardini, nato ad Introbbio, il 20 maggio 1677 da Pietro Francesco negoziante di ferro, tanto più lodevole in quanto seppe guardarsi dal manierismo, troppo generale nella prima metà del secolo in cui visse. Lavorò assai, ma di nostra cognizione non sono che due angioletti sull’altare maggiore della chiesa parrocchiale di Barsio ove l’arte appare di molto migliorata, diciannove statue nella cappella di Sant’Anna al Sacro Monte di Varallo, una Madonna ad Introbbio, un’altra a San Giovanni alla Castagna, nella quale si scorge alquanto di più la maniera berninesca nella minutezza e poca grazia di piegatura nelle vesti. Morì in Roma nel 1748 lasciando varj figli fra cui il solo Vittorio attese all’arte della pittura. A Cernusco Lombandone nacque, da onesto ma povero falegname, Vitale Sala nel 1803. Palesando fin da giovinetto rara tendenza all’arte del disegno si pose a studiare dapprima nel liceo di Sant’Alessandro, poi a Brera primeggiando di tal ragione, che cinque volte riuscì a riportare il premio. Il primo quadro, che egli fece per concorso di pittura e che ebbe l’onore dell’alloro rappresentava Dante Alighieri, che trovate le anime di Paolo e Francesca da Rimini, ode impietosito ripetere da questa la storia de’suoi amori. Tale concetto, significato con tanta grandezza e verità, diede segni fondati delle alte speranze, che era lecito riporre in questo giovane, degnissimo alunno della scuola di Palagi. Molte sono le tele condotte dal nostro artista, ma la maggior fama colse nei lavori a fresco tanto più pregevoli per la scarsezza in cui sono ora venuti i dipintori di questo genere. Cominciò col dipingere nel coro di Santo Stefano in Milano tre fatti della vita di questo santo; migliori assai dei quali sono l’Ascensione e i quattro Evangelisti nella chiesa di San Nazzaro maggiore nella stessa città (1830), l’Apoteosi di Sant’Ambrogio e i quattro Evangelisti nel duomo di Vigevano (1828); nella quale città fece in casa privata una Madonna. Nella cattedrale di Novara, dal 1831 al 1834, frescò sull’abside un medaglione con gruppi d’angioletti nella tazza del presbitero, l’incoronazione della Vergine cinta da Virtù e da putini, suo capo lavoro in genere di freschi. Accresciuto in fama ed in valore, prescelto a dipingere la volta reale di Raconigi in Piemonte, non solo si mostrò degno discepolo di Palagi, ma superò ogni guisa d’aspettazione. Noi non abbiamo di lui che le cappelle presso la chiesa di Valmadrera, dodici busti d’illustri milanesi nella delizia dei conti Giulini d’Arcoro, la morte di San Giuseppe a Desio e l’Educazione di Maria Vergine a Bosisio. Tornato il Sala dal Veneziano, dove erasi recato per accrescere la sua perizia colla scuola di tanti insigni modelli, da fiero vajuolo era soffocato nel luglio 1835. Fra le sue tele primeggia quella eseguita pel marchese Cicogna, rappresentante un fatto militare di questa famiglia. Seguono poi l’arresto di Bernabò Visconti. La morte di Giulietta e Romeo. La morte di Catone. La partenza d’Attilio Regolo. Finalmente un gran numero di santi e di ritratti.
Intanto altri uomini incamminati sulla carriera ecclesiastica lavoravano nella vigna del Signore raccogliendo taluni contemporaneamente anche fulgidi allori. E per toccare appena di Alberico Archinto de’ feudetarj d’Erba diremo che nominato cardinale nel 1756 della Santa Chiesa diede a molti curati e magistrati della Brianza e del Pian d’Erba occasione di solenni feste, come ad Ornate, ad Erba ed a Cantù. Nel corso di queste narrazioni abbiamo più d’una volta nominata la terra di Barzanò collocata nel centro della Brianza. Ivi nacque Gabriello Maria Nava ai 17 aprile del 1758 da famiglia illustre più per nobiltà e per meriti, che per ricchezze. Ebbe a primi maestri il capitano Nicolò ed Antonia Gemelli suoi genitori, indi levato dalla patria fu mandato a Milano, ove apprese teologia, nella quale finalmente s’addottorò all’università di Pavia. Monsignore Visconti, conosciuti i meriti del Nava, gli affidò nel 1784 la cospicua incombenza di proposto di Santo Stefano a Milano. Non avea allora il Nava che 26 anni, eppure le sue virtù e la sua molta dottrina lo rendevano venerabile a tutta la città. E tanto più compariva la virilità del suo ingegno quando scoppiava in Francia quel turbine, che dovea agitare tutta Europa. In quell’infausto 96 i Francesi venuti a Milano e posti gli occhi sull’altare di Sant’Ambrogio, mirabile reliquia de’ bassi terni, lo voleano mettere a pubblica vendita. E l’avrebbero fatto, se la fermezza del Nava, che dalla parrocchia di Santo Stefano era stato trasferito a quella di Sant’Ambrogio non si fosse vigorosamente opposta, salvando così alla città un monumento, che era stato rispettato anche dalla furibonda distruzione del Barbarossa. E mentre con una mano respingeva le rapacità dei Francesi, coll’altra porgeva loro amichevolmente un soccorso, visitava gli ammalati bisognosi nella caserma di San Francesco, per cui contrasse una febbre perniciosa, che lo trascinò all’orlo della tomba; risanatone proseguì tosto nell’opere di carità, rendendosi tanto benemerito di essi, che il primo console di Francia gli fece scrivere una lettera di ringraziamento; e così mentre gli altri preti erano dai soldati francesi odiati, perseguitati, egli otteneva da essi testimonianze di riconoscenza e di stima. Tanto zelo lo rendeva carissimo alla popolazione ed al clero, onde Caprara, nuovo arcivescovo di Milano, quando si recò a Lione per intervenire all’assemblea convocata da Napoleone nel verno dal 1801 al 1802 condusse con sè il proposto Nava, che assistette all’incoronazione dell’Imperatore, ebbe il titolo di Elemosiniere del re, di cavaliere della Legion d’onore, e ottenne che fosse ristabilita la collegiata di Sant’Ambrogio. Né qui s’arrestarono le attestazioni di stima dell’Imperatore, poiché lo nominò nel 1806 a succedere a Giovanni Nani nel vescovado della diocesi di Brescia, che esigeva un uomo di senno per essere ristabilita dai guasti cagionati dalla rivoluzione. Il 17 gennajo fece il solenne ingresso alla sua sede. Fra i guasti che la rivolta avea cagionati era la soppressione del seminario vescovile il quale, comechè fosse stato ristabilito nel 1805, pure al momento in cui vi arrivò il nuovo Pastore era ancor ben lontano da quella disciplina, che è indispensabile in queste radunanze. Perciò il vescovo Gabrio, volgendo a questo il suo primo pensiero, vi pose maestri distinti per dottrina e più per esempio di vita, regolò il metodo degli studj, all’alba d’ogni giorno radunava i chierici nel proprio palazzo, diceva loro la messa; e li avviava sugli ardui sentieri della virtù. Né abbandonando il resto delle sue pecorelle, predicava fino a tre volte il giorno, facea di frequente le visite pastorali precedute ordinariamente dalle missioni, non senza lasciare che parte alcuna della sua faticosa diocesi rimanesse a lui sconosciuta. Nel 1811 abbandonò il vescovo Gabrio la sua patria per recarsi a Parigi, ove Buonaparte avea convocato un concilio nazionale; fu nominato fra i quattro segretarj, vi leggeva ai 27 giugno una memoria, ove osava contare in faccia del monarca alcune verità proclamate dal vangelo, ma abbattute dalla tracotanza umana. Tanto coraggio gli attirava la stima dei suoi colleghi, e l’odio dell’Imperatore. Tra una festa difficile da descrivere ritornato al suo gregge, riprese le sue largizioni. Quante volte negò a sè gli elementi necessarj alla vita per compartirli ai bisognosi, a lustro della sua chiesa, che allora si andava magnificamente edificando, per terminare la quale pose a lotteria una rettore spirituale. Avendo il Nava assistito al battesimo del re di Roma, avea ricevuto dall’Impera-Amalia, moglie del viceré d’Italia di cui era ditore un anello d’oro tempestato di gemme. Lo venricca tabacchiera, avuta in dono dalla principessa dette per soccorso dei meschini durante la crudele carestia del 1817, per sollevare la quale si privò altresì d’una croce intarsiata di pietre preziose, avuta come presente dal vescovo di Lodi. Un prete di montagna veniva raccontandogli un grave disastro; egli si pose a frugar intorno; non trovato che un pajo di fibbie d’argento le vendette e ne diede il denaro ritratto al sacerdote. La prebenda del vescovo di Brescia non oltrepassava i 23.000 franchi; eppure monsignor Nava seppe farne uso sì proficuo, che gli bastarono per fondare nel 1816 un convento di Clarisse in Lovere, per l’educazione delle ragazze nel 1818 uno stabilimento di oratoriani di San Filippo Neri coll’incombenza di dare gli esercizj spirituali a’sacerdoti e far le missioni nella diocesi; nella quale istituzione profuse 65.000 franchi; nel 1827 un convento di Orsoline per le quali ottenne dall’imperatore Francesco I un dono di 9000 lire, ed un vasto locale; finalmente nel 1829 due altri uno a Gavardo, un altro a Salò, e quando morì stava per metterne uno pure a Capiolo. Nè si limitava alle società religiose, ma più assai profondeva al soccorso della umanità soffrente. E’ fama che la sola Valcamonica, paese povero e faticoso, ricevesse da lui più che 100.000 lire; e perchè non fossero obbligati i miseri abitatori di quella vallata a mandar sino a Brescia i loro figliuoli destinati agli studj, fondò in Lovere un seminario a sue spese. Ogni anno, nell’ autunno, abbandonava, dopo avergli lasciati utili consigli di pietà e di fratellanza, il suo gregge, ritornando al patrio Barzanò. Lo vidi più volte piegarsi ad accarezzare i bambini che rispettosamente si chinavano per raccogliere la benedizione, e scordatosi d’ogni fasto intrattenersi a ragionare coi poverelli, come gli amici più degni delle anime generose, e l’udii predicare nella chiesa del suo villaggio con una popolare ed affettuosa eloquenza. Iddio avea conservato per 73 anni una vita sì operosa ed utile all’umanità, quando nel Natale del 1830 il vescovo Gabrio, caduto ammalato, fece trepidare la città, ma poi tra breve la consolò con un sensibile, repentino miglioramento. Volle essere portato in lettiga nella chiesa e versò lagrime all’aspetto d’un popolo esultante per la speranza della guarigione. Ma le speranze doveano mutarsi in dolorosa realtà. Il dì de’morti 1831 levatosi all’alba con un acuto mal d’occhi dopo aver comandato ad un servo d’accendere il fuoco, di subito spirò. I tre dì che fu esposto bastano a provare l’entusiasmo con cui tutta la diocesi concorse a vederlo, bastano a provare il cordoglio della popolazione che lo avea per 25 anni avuto per padre. Si scrissero elogi, si recitarono orazioni funebri, si stamparono versi, alcuni anche non affatto mediocri, si solennizzarono magnifiche esequie, ma il monumento più bello gli fu eretto nell’incancellabile ricordanza dei suoi compatrioti, dei figli suoi che con somma riverenza ne ripetono il nome. Francesco Nava suo fratello morto sul principiare del secolo presente fu l’ultimo vicario di provvisione milanese. Giambattista Castelnuovo nacque nel giugno 1757, fece il corso degli studj giovanili nei seminarj della diocesi, dando felicissimi presagi di sè per acume, vastità d’ingegno, saviezza e candore di costumi. Fu aggregato alla congregazione degli Oblati, prediletto da’suoi institutori, come quegli che certamente dovea esserne sostegno e decoro. Dopo aver insegnato con isquisitezza di gusto umane lettere ne’ diversi stabilimenti diocesani, venne l’anno 1786, chiamato al seminario generale di Pavia, nella qualità di ripetitore di storia ecclesiastica ed esegesi, poi di prefetto degli studj nel medesimo seminario, ed ivi si procacciò l’amore e l’estimazione non solo de’suoi allievi, ma di tutti i dotti professori che splendevano in allora nell’università, tanto che le parti, dissidenti in punto di dottrine teologiche, si unirono nel tributare rispetto e venerazione ai talenti ed alla moderazione del Castelnuovo. Trasferito al seminario maggiore, essendosi chiuso quello di Pavia, continuò con rara dovizie di cognizioni ad insegnare ermeneutica, lingua greca ed ebraica sino all’anno 1800, in cui fu designato a quella prepositura di Corbetta, che lo ritenne per vent’un anno, in un genere di vita ritirato e modesto, ma contraddistinto per ogni maniera di virtù e di egregi fatti, e posto ancora a grande profitto per la coltura dello spirito. La sua nomina alla sede episcopale di Como, che cadde nel 1821, fece si che il defunto vescovo Ravelli, uomo non mai bastevolmente lodato, ricevesse nel Castelnuovo un degno successore, che proseguisse nelle opere lasciate da lui incompiute, e ne incominciasse delle nuove non meno degne di ricordanza. Morì sul declinare dell’anno 1832, sfinito più dalle fatiche pastorali, che dagli anni. A lui venne sostituito nella dignità vescovile Carlo Romanò di Cantù, già proposto di Mariano e poi di Santo Stefano a Milano, consacrato in Roma il 26 gennajo 1834. Carlo Castelnuovo, fratello dell’anzidetto monsignore, appartenne esso pure alla congregazione degli Oblati; insegnò belle lettere nel collegio di Garlo Minore, ed in varj seminarj, ove formò degli eccellenti allievi, che si distinsero di poi nelle magistrature e nella carriera del sacerdozio. Eloquenza facile e naturale, larga vena poetica, buon gusto in letteratura eran le doti caratteristiche del suo ingegno alle quali univa il più bell’animo ed un cuore veramente virtuoso. Nacque l’anno 1760, e morì nel 1831. Dopo costoro porremo il parroco vicario di Merate Andrea Vanalli, nato in Opreno, provincia di Bergamo. Fatti tutti gli studj letterarj e scientifici nei seminarj della nostra diocesi, ed ascritto alla congregazione degli Oblati, percorse nuovamente la carriera di quegli stabilimenti in qualità di maestro; fu ripetitore delle scienze teologiche nel seminario generale di Pavia e finì coll’esser professore di storia e disciplina ecclesiastica nel seminario nostro maggiore. Ebbe dalla natura aperto ingegno, fu chiaro, facile e facondo parlatore. Si distinse nel coltivar poesia latina; pubblicando varj componimenti, accolti con favore, fra cui vuoi essere nominatamente indicato il volumetto stampato in Milano nel 1830 intitolato: Andrea Vanalli Carmina, che ottenne i facili encomj dei giornali. Assiduo nell’esercizio de’ doveri parrocchiali, accoppiava in sè tutte le qualità del pastore evangelico, e specialmente la carità verso i poverelli da lui soccorsi largamente; poiché nemico d’ogni pompa e d’ogni ozio, né badando ai bisogni della soprastante vecchiaja, ogni sua cosa distribuiva a sollievo dei bisognosi senza ostentazione, e risparmiando altrui la vergogna del chiedere. Prova della gran divozione dei Meratesi verso il loro pastore è il monumento sepolcrale, che gli eressero nella cappella sulla piazza parrocchiale. Non vuol essere dimenticato fra’ buoni sacerdoti e scrittori che si propongono uno scopo unico e certo nelle opere loro, Gian Carlo Macchi canonico di Cantù, morto nel 1836 d’anni 78. Soppresso il capitolo di Cantù, trasferì la sua dimora a Milano, attendendo per assai anni come sotto-assistente all’ oratorio de’ fanciulli unito alla chiesa del Carmine. Non volle che le opere di beneficenza da lui praticate in vita si spegnessero colla sua morte, onde provvide anche nelle ultime disposizioni ad opere di cristiana e filantropica beneficenza. Frutto de’ suoi studj lasciò alcuni manoscritti che furono pubblicati in due volumi. Il primo di essi:
“La verità dei fatti evangelici, è opera pia, con cui accorre in difesa della religione confortando i cuori estinti nel dubbio a ribattere le impugnazioni de’ miscredenti.”
L’altro ha per titolo…
Dei vantaggi in fatti di scienze, belle arti e manifatture recati a Milano ed ai suoi territorj dalla religione e dal clero milanese, nel quale mostra erudizione non d’un uomo che è tutto versato nei libri dell’antichità, ma di chi sa accoppiare l’antica colla moderna letteratura.
A prova del suo stile addurrò questo brano ove è parlato d’un altro illustre Brianzuolo.
“Non è da pretermettersi l’aprimento della scuola di filosofia nel seminario arcivescovile, verso la fine del secolo decimosettimo. Se questa scuola non aspirò mai a formarsi un corpo di scienza, che fosse esclusivamente suo, non si può pertanto negare che giovi moltissimo: valendosi ella de’lavori altrui, e specialmente dei più potenti di quel secolo e sottomettendoli ad una rigorosa analisi e purgandoli di tutto ciò che vi era d’eterogeneo, presentò un complesso di dottrina, che se non è rara per viste nuove e profonde, è da valutarsi non poco, perché chiara, di facile intelligenza e scevra d’ogni principio che soffra la benché minima eccezione. E un cotal pregio non è lieve massime se si rifletta che i sistemi di quei tempi andavan quasi tutti zeppi per lo meno d’un latente sensualismo. D’ una tale rifusione di dottrina, o piuttosto riforma, va debitore il seminario a Vincenzo Mazza, altro della congregazione dei Santi Ambrogio e Carlo, che si può risguardare come il primo che nella scuola di filosofia qui in Milano si emancipasse dalle forme Aristoteliche, e seguisse il metodo analitico insegnato da Bacone da Verulamio, e più veramente dal nostro Galileo, e con tanto successo messo in pratica da Locke, Bonnet, Condillac. Egli moriva in una terra milanese (Asso, 1808), ove era parroco, oscuro, ma compianto da’ suoi terrieri come il padre de’ poveri, il consolatore degli afflitti, il gettator del buon seme. La memoria di lui è scolpita nei cuori di tutti e sarà sempre in benedizione, finchè sarà venerato l’uomo che spende la vita e i suoi talenti a pro de’ suoi simili “.
A questi aggiungeremo alcuni altri nomi di minore celebrità. Girolamo da Caglio oratore cappuccino pubblicò I panegirici composti dal padre Girolamo Bianconi da Caglio, Milano, 1718 ed un Discorso panegirico nel celebrarsi in Sondrio la segnalata vittoria sovra de’ Turchi sotto la condotta del Serenissimo Principe Eugenio di Savoja, Milano, 1716.
Alberto Pozzi da Perego, nato dal conte Carlo e da Eleonora Castiglioni; fu Barnabita, professore di rettorica e d’eloquenza nel seminario di Monza, rettore del collegio di Porta Nuova, e morì in Cremona nel 1730 lasciando due opere pie: Il povero nella casa del ricco, 1727, e La dama in casa e fuori di casa 1727. Antonio Carini di Cassano d’Adda fu minore osservante, buon oratore, mediocre poeta. Cesare Carini pubblicò le Allegazioni contro il cavalier Giambattista Morandi, il quale aveva ottenuto che il governo obbligasse tutti gli speziali a comperare un’opera sua. Ma Le osservazioni apologetiche in difesa della verità della scienza e del ben pubblico contro le osservazioni fatte dal cavalier Giambattista Morandi intorno al sinonimo alfabetico delle erbe più usuali, che si leggono nell’Antidotario Milanese, indirizzate al buon gusto de’ desiderosi del Disinganno dal dottor fisico Cesare Carini medico teoretico, chimico, farmaceutico, 1743, ottennero che il governo vedute le ragioni del Carini ritirasse l’ordine di comperar l’opera del Morandi, sebbene questi soggiungesse colla risposta al dottor fisico Carini ordinata a confermare con autorità indispensabile le sue osservazioni, secondo la dottrina delli celebratissimi scrittori di botanica de’ nostri tempi, Morison, Tournefort e Boerhaave.
Il parroco Ferrari di Barzanò morto nel 1806, legava in favore
de’ poveri della sua parrocchia un’annua beneficenza
di lir. 1500, ed erigeva del suo nella cattedrale milanese un canonicato
col titolo di monsignor ordinario, del quale oggi è investito
l’ esimio don Federigo Nava, fratello del vescovo, e intelligentissimo
di storie patrie
(20).
Ora uscendo dalla compagnia di coloro, di cui non ci resta che una
dolce ricordanza, è tempo che ci mettiamo fra quelli che
sono ai nostri paesi di attuale ornamento. Sarebbe un silenzio troppo
colpevole quando non accennassimo almeno che Alessandro Manzoni
nacque bensì a Milano, 1785, ma da una famiglia appartenente
a noi, come quella che trae la sua origine dalla Valsassina e da
un consanguineo della francesca Manzoni. Passò i primi anni
in vicinanza di Lecco; pregato di concedere ad un valente pennello
di farsi ritrarre amò di essere rappresentato sul ponte di
Lecco; pose la scena del suo romanzo nel territorio di Lecco, a
cui deve tornar sovente col pensiero, come ogni anima gentile gode
raffigurarsi presenti i luoghi a cui sono innestate le ricordanze
dell’infanzia. A lui uniremmo volentieri il suo amico e compagno
nell’aringo delle lettere Tommaso Grossi, invidiabile gloria
di Bellano, quando non ci avessero già data accusa di uscire
di troppo dai confini che ci siamo prefissi. Ed eccoci prima ad
uno che riunendo in sè, e prontezza d’ingegno, e ricchezza
di studj, e magnificenza di titoli, ci dà l’occasione
di trovare in lui una rara combinazione. Ed è monsignor Palamede
Carpani, Imp. R. Consigliere di governo ed Ispettore generale delle
scuole elementari di Lombardia, nato nell’umile e pacifico
paesello di Galliano. Consacrandosi intero al migliore andamento
dell’educazione puerile diede molti saggi della sua premura
per quella tenera età in cui sono collocate le speranze dell’età
futura; pubblicò senza nome alcune Novellette per letture
fanciullesche, in cui trasfuse tutta la tenerezza del cuore, mista
ad un sapore poco comune di lingua purgata e naturale. I molti titoli
che ocquistò ai superiori riguardi lo fecero degno degli
onori a cui fu elevato e de’maggiori di cui i suoi estimatori
vorrebbero vederlo rivestito. Fra gli scrittori più giovani
ed operosi è Cesare Cantù nato in Brivio (1805), cinque
anni prima di chi prese a narrare queste Vicende, con cui è
congiunto da legami di sangue e più d’amore. Entrò
il Cantù nella carriera letteraria colla novella in ottava
rima l’Algiso, ove sono narrate le contese di Milano con Como,
e le ruine della prima di esse città. Il giudizio de’
giornali, e quello più considerabile, dei lettori, vi trovò
affetto, ordine, lingua e pensiero. Questo lavoro gli era suggerito
da uno più importante la Storia della città e della
diocesi di Como esposta in dieci libri (1831), ove i più
trovarono novità di metodo, grandezza di vedute, esattezza
di notizie, chiarezza e brio d’esposizione. I ragionamenti
intorno alla storia Lombarda del secolo XVII. s’affratellarono
coi Promessi Sposi, di cui servono ad illustrazione. La Guida al
lago di Como, 1832. I giudizj ed esempi di Vittore Hugo e del Romanticismo,
1833, - Il lord Byron; discorso ai signori socj dell’Ateneo
di Bergamo, 1833; e le molte traduzioni ed i molti articoli di giornali
ed opere periodiche se non accrescono, confermano la sua rinomanza,
La Madonna d’Imbevera, 1835, allarga un periodo drammatico
della storia della nostra Brianza; I racconti d’un maestro
elementare, 1837, e i più recenti Il Giovinetto dirizzato
alla bontà, al sapere, all’industria, 1837, provedono
al bisogno che ha l’infanzia d’essere avviata coll’eloquenza
dei fatti all’esercizio della virtù ed alla conoscenza
di cose positive. Diremmo più cose del merito di queste opere,
ove non si trattasse d’un fratello. Abbiamo finito di parlare
di Cesare Cantù con un libro d’educazione infantile;
ora gli porremo a lato in questo campo il ragioniere Giuseppe Lodovico
Crippa di Galbiate, capo dipartimento nell’ufficio della Contabilità
di Milano. Il desiderio dell’istruzione dei primi germi dell’umana
società lo mosse ad introdurre fra noi il sistema di Statilegia,
di cui si vantano meravigliosi risultamenti nel rapido insegnamento
del leggere. Fra alcuni altri suoi lavori ci basti ricordare gli
opuscoli, ove egli procurò di rialzare l’aritmetica,
finora troppo macchinalmente insegnata, al livello delle scienze,
ponendosi per base solidaria ovvie cognizioni e il più di
esse concrete, risale di mano in mano alle più difficili
ed astratte. E’ pure nativo di Galbiate il dottor Carlo Redaelli
che dettò quattro fascicoli di Notizie storiche della Brianza,
del distretto di Lecco, della Valsassina e dei paesi limitrofi,
servendosi dei ricchissimi manoscritti di Giovanni Antonio Sirtori
sul medesimo argomento. Carlo Annoni d’lncino, proposto di
Cantù, mosso da zelo religioso aveva cominciato a pubblicare
alcune Osservazioni critiche sulla storia d’Italia del cavaliere
Luigi Bossi, ma dovette intermettere sul bel principio questo lavoro,
per mancanza di chi se ne interessasse; l’eguale accoglimento
incontrò la Storia dell’Elezione degli arcivescovi
di Milano
(21);
maggior merito, e vogliamo sperare, miglior fortuna sortirono la
sua Memoria storico-archeologica intorno al Piano d’Erba,
e l’altra Monumenti e fatti politici e religiosi del borgo
di Canturio e sua Pieve, lavori pieni, forse anche più del
bisogno, di erudizione, ma come era ad arguirne dalla loro natura,
poveri di fatti. Il quale Cantù è patria di Ignazio
Beretta, professore di diritto romano nell’università
di Pavia, autore d’alcune opere di giurisprudenza. Sono poche
di numero, ma grandi di merito le poesie del professore Giuseppe
Pozzoni di Trezzo, fra cui primeggiano la Fantasia, la Pietà,
l’Immortalità. Egidio De Magri di Vimercato pubblicò
alcune annotazioni al Giorno del Parini, ed articoli di giornali.
Il suo compatriotto Brambilla fu estensore della Gazzetta di Zara
Giovanni Fogliani d’Erba scrisse una Visione in morte di Alessandro
Volta, ed alcune traduzioni dallo spagnuolo, che attestano in lui
facile vena poetica. Non abbiamo verun diritto di vantar nostro
conterraneo il barone Custodi, celeberrimo economista, ma la lunga
dimora nella sua delizia di Galbiate ci diede per lo meno il piacere
di aggiungerlo ai nostri ospiti più cortesi. E’ meravigliata
dal visitatore la ricchissima biblioteca di questo scrittore, che
ora abbellisce la sua villa e che, morto lui, passerà ad
arricchire l’Ambrosiana. Attualmente mantengono il decoro
artistico del nostro paese Giuseppe Lavelli di Paderno sull’Adda,
distintissimo pittore, e Leopoldo Lavelli d’Olginate professore
di disegno delle scuole normali di Milano, di cui è conosciuto
il molto buon gusto; Ambrogio Riva di Galbiate non operoso, ma bravo
discepolo di Palagi, Carlo Gerosa di Canzo, giovane ancora, che
unisce al buon volere il saper fare e dà segni indubitabili
di riuscire un eccellente artista. A questo uniremo volontieri il
conte Ambrogio Nava, pittore di bel nome, che sebbene sia nato a
Milano, pure suole deliziarsi ogni anno sui terreni aviti del suo
Verderio. Non tralasciando quelli che occupano attualmente cariche
luminose ricorderemo il già citato nobile Paolo De-Capitani,
vice-Presidente dell’I.R Giunta del Censimento; Don Gaetano
Crippa d’Osnago, I. R. Consigliere di Governo; il Barone avvocato
Cristoforo Riva di Galbiate, Presidente del Consiglio comunale di
Milano. La dolcezza de’ nostri autunni, il cielo ridente,
i colli porporini di uve mature, l’aspetto ilare dei laghi,
dei monti, dei poggi, il campestre tumulto delle nostre ville, allettano
molti altri scrittori a ritornare ogni anno fra noi, in quella mite
stagione che mezza tra il finir dell’estate e il principiar
del verno, conforta l’animo oppresso di chi pone il suo ingegno
a vantaggio comune. Giulio Ferrario, autore della grandiosa opera
I costumi di tutte le nazioni, e della minore di mole ma forse maggiore
di merito I Romanzi di cavalleria, e di più altri lavori
eruditi, si elesse un faticoso, ma ameno soggiorno autunnale nel
paesello di Castelmarte, abbellendolo di ricchissima galleria d’incisioni,
colla quale fa una degna fratellanza l’altra di pittura nell’attigua
casa Bertoglio. E con questi nomi desideroso che anch’io possa
un giorno essere annoverato fra sì illustre drappel lo, finisco
il mio lavoro. Addio colline, ove torna sovente il mio pensiero
fra le intemerate ricordanze d’un’età d’inesauribile
allegrezza, quando fanciullo coi fanciulli corsi sui facili declivi
in traccia d’un frutto, d’un fiore, d’una lucciola,
d’un augello! Addio venerabile antichità del patrio
castello, dove tante volte nei fanciulleschi assalti, usurpando
i famosi nomi di Smolensko, di Mosca, di Waterloo e d’altri
allora recenti nella memoria! Addio lagune tante volte da me solcate
col leggiero battello, ove fra pericoli, racapriccio del cuore materno,
mi slanciava improvido emulando i più destri nel nuoto! e
tu umile casetta de’ miei natali, ignota al fasto, alla ricchezza,
ma splendida di pace, di gioja, di fraterna compiacenza, addio!
addio chiesa, ove la prima volta ascesi al banchetto del Signore
e ne partii coll’animo confortato di fresca robustezza! e
tu sacro bronzo che mi predicevi, suonando a festa, la vicina solennità,
da me attesa come un avvenimento grandioso della vita, e tu mesto
ricino ove un’umile croce mi invitò tante volte a pregar
la pace dei giusti sulle compiante reliquie del mio genitore, troppo
presto rapito all’affetto della sua concorde figliuolanza,
addio! Io vi saluto da lontano, nel desiderio di rivedervi tra poco,
di aggirarmi ancora di quando in quando fra quei luoghi d’incancellabile
ricordanza, ove ogni angolo, ogni muro, ogni croce, ogni chiesa,
serbano una memoria tenerissima per me, dove lasciai gli amici dell’infanzia,
quando appena compiti i due lustri mi chiamò altrove la carriera
delle lettere! Da quell’abbandono passarono già sedici
anni! Mi pajono un giorno se ne misuro la durata, un secolo quando
ne annovero i mutamenti!
E voi cortesi abitatori di quei poggi, di quei laghi, confortati di quell’aere molle e piena di vita, accogliete l’umile offerta che vi manda, chi ebbe con voi comune la patria, i desiderj, le speranze.
FINE DELLE VICENDE